Cinque banche, due società, oltre 19.000 truffati. È questo il bilancio che emerge dalle indagini effettuate dal Tribunale Fallimentare di Milano, che appena un paio di mesi fa ha dato avvio alla procedura di restituzione dei diamanti ai clienti che li avevano lasciati in deposito presso le società di rivendita del bene.

Al momento, 300 risultano vittime accertate, ma seguiranno ulteriori disposizioni e il Tribunale tornerà a pronunciarsi nei prossimi mesi. Intanto si dovrà concordare la modalità di restituzione ai clienti, dal momento che la quantità di risparmiatori coinvolti obbliga ad una consegna “al dettaglio”, che avvenga in maniera capillare congiuntamente alle banche resesi complici della truffa.

Truffa dei diamanti, tra fautori e complici

Unicredit, Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo, Banco BPM e Banca Aletti sono i nomi dei cinque istituti di credito che hanno collaborato per scopi illeciti con due società di rivendita dei diamanti, la IDB (Intermarket Diamond Business) di Milano e la DPI (Diamond Private Investment) di Roma.

Nel quinquennio 2012-2016, il rapporto tra le due parti (banche e società) si è evoluto da un semplice protocollo d’intesa per diffondere materiale pubblicitario presso le filiali all’ordine una vera e propria maxi-truffa, i cui numeri sono soltanto ora disponibili.

Le banche hanno infatti indotto moltissimi dei propri clienti ad investire nel mercato dei diamanti, spacciandoli come “bene rifugio” e mostrando quotazioni assolutamente gonfiate, in un periodo in cui invece il mercato sembra registrare solo trend in negativo.

A pagare lo scotto della propria ignoranza in materia, innumerevoli piccoli risparmiatori, che si sono affidati ai propri consulenti bancari pensando di far cosa buona, per poi ritrovarsi invischiati nelle trame tessute appositamente per renderli vittime di questa truffa.

Le banche stesse percepivano una lauta ricompensa per tale interazione, che prevedeva non solo il pagamento – da parte del cliente – di tutti gli oneri in fase d’acquisto (registrazioni, certificazioni d’autenticità e quant’altro), ma anche dei bonus ai dipendenti e ai dirigenti che si mostravano più solerti nel piazzare diamanti ai propri clienti. Andando così a rimpolpare (e non di poco) i bilanci di moltissime filiali.

Attualmente le indagini risultano ancora in corso, e per molti giustizia deve ancora esser fatta. Attendiamo pertanto ulteriori sviluppi della vicenda e le prossime sentenze della Procura.