truffa Intesa Sanpaolo ATM

Cinque istituti bancari tra i maggiori operanti in Italia, nello specifico Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco BPM, Monte dei Paschi e Banca Aletti, sono risultati coinvolti in un’operazione truffaldina ai danni dei propri clienti e risparmiatori.

Coadiuvate da due società di rivendita dei diamanti, la IDB (Intermarket Diamond Business) e la DPI (Diamond Private Investment), le banche hanno messo a punto un raggiro per convincere gli utenti a investire i propri risparmi in diamanti. Quest’ultimo veniva presentato come un “bene rifugio“, i cui introiti sarebbero stati garantiti e sicuri, nonché molto redditizi.

In cosa consiste la truffa?

Per convincere i clienti a investire su questo bene, infatti, gli operatori bancari mostravano loro percentuali di guadagno netto annuale che superavano il 3-4%, ben al di sopra di qualsiasi titolo di Stato. I clienti, ignari della truffa e fidandosi dei propri consiglieri finanziari, sceglievano quindi di acquistare i diamanti e dare avvio alla procedura di acquisizione, che comportava una serie di step. Prima di poter dichiarare effettiva la vendita, infatti, era necessario redigere assicurazioni sul bene, nonché certificazioni etiche e gemmologiche.

Da questi adempimenti indispensabili le banche traevano un profitto ingente, senza contare poi che, per assicurarsi la totale omertà del personale coinvolto, le due società in questione spendevano parte degli introiti in bonus e viaggi per i collaboratori.

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La truffa è stata portata avanti per un quinquennio (2012-2016), durante il quale le finanze delle banche sono state rimpinguate non poco da questi proventi – come dichiarato da uno dei dirigenti sottoposti ad indagine. La truffa ha assunto proporzioni tali da portare al sequestro preventivo di 700 milioni di euro dalle parti coinvolte e al fallimento delle due società di rivendita dei diamanti.

Durante i prossimi mesi saranno pianificate le udienze per poter ascoltare quanti hanno presentato domanda di risarcimento delle somme perdute – visto che i diamanti avevano un valore reale pari al 30-50% rispetto al prezzo di acquisto – o di restituzione del bene (alcuni avevano concordato di insignire le stesse società di rivendita del ruolo di depositari dei diamanti, anche una volta acquistati).