Blackout Challenge: cosa si nasconde davvero dietro alle famose sfide del web?

Da anni si crede che le sfide mortali (come quella della Blackout Challenge) “diffuse nel web” siano realmente alla portata di tutti. Dunque, è davvero così semplice per un bambino accedervi? Scopriamolo assieme a Livio Varriale, giornalista esperto di web e autore di libri come “Cultura digitale – Manuale di sopravvivenza per genitori” e “La prigione dell’uminità – dal Deep Web al 4.0” .

Blackout Challenge: il parere di Livio Varriale in merito alle sfide mortali

Dalle ricerche effettuate nel web risulta che l’unica traccia di blackout challenge e giochi simili vede protagonista la triste vicenda della bambina di 10 anni trovata soffocata da una cintura al collo a Palermo. Neppure nel dark web sono state trovate delle prove. “Per anni ci hanno detto che lì si trovava qualsiasi tipo di nefandezza ma alla fine il dark web serve solo per far girare soldi con affari sporchi”, inizia Varriale.

Ma allora, la bambina come può aver trovato la sfida? Secondo il giornalista “potrebbe aver ricevuto qualche messaggio privato che la invitava a partecipare. La sfida è difficile da trovare ed è probabile che sia stata la stessa narrazione dell’episodio ad aumentare la portata del fenomeno. Lo dimostra il numero delle ricerche effettuate per ‘Blackout challenge’ che sono sempre relative all’episodio di cronaca”.

Per questa ragione il genitore deve prestare particolare attenzione a ciò che il figlio fa sul suo dispositivo pur di ricevere dei like e diventare famoso. Varriale ha dunque dichiarato: “Un genitore deve sapere cosa guarda il figlio. Deve essere a conoscenza di quali sono i luoghi virtuali che il figlio frequenta, deve applicare dei filtri alla navigazione, soprattutto se il bambino sta solo molte ore e in possesso di dispositivi. Spesso i genitori cadono nell’errore di affidare i dispositivi digitali ai bambini per avere meno stress. È importante anche diffondere la cultura della legalità per cui se c’è un divieto per i minori di 13 anni a essere iscritto ai social quella legge va rispettata“.

 

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