coronavirus

Un virus che ci ha presi alla sprovvista, penetrando le nostre resistenze, varcando i confini continentali e facendoci sentire disarmati di fronte all’inesorabile dilagare dell’epidemia – poi divenuta pandemia a tutti gli effetti.

Il Covid-19 ha rappresentato, più che una corsa, una maratona di resistenza: in Italia si attendevano notizie che giungevano di quindici giorni in quindici giorni, all’incirca, costretti a vivere la propria vita un quarto di decreto alla volta (semicit.).

E quale ambito può mai essere risultato più coinvolto nelle strategie per combatterlo, se non quello tecnologico, in tutte le sue forme? Le strategie economiche, sociali, e se vogliamo anche culturali messe in atto durante e dopo il lockdown rappresentano solo una mera conseguenza dei passi mossi nella prima area di competenza – subito al fianco di quella medica – coinvolta al 100% in questa calamità: la tecnologia.

Grazie ad essa è stato possibile effettuare studi, cercare soluzioni per i problemi più disparati che insorgevano a causa delle modalità di contagio, della rapidità (benché relativa in termini prettamente scientifici) con cui il virus risultava circolare, e della necessità di fare diagnosi pressoché certe nel più breve tempo possibile.

Tecnologia, com’è cambiata per combattere il Coronavirus

Un valido supporto dalla tecnologia è venuto, ad esempio, dagli algoritmi che hanno permesso di mettere a confronto i Coronavirus che precedentemente si sono resi responsabili delle malattie SARS e MERS con il nuovo tipo di Coronavirus, per individuare le molecole più adatte ad essere impiegate come farmaci.

Così come anche la tecnologia satellitare, che in Cina ha consentito ai cittadini di individuare i luoghi maggiormente affollati per poterli eventualmente evitare. O anche la tecnologia che sta alla base dell’app Immuni, che con il servizio di contact tracing permette di ricostruire la storia di contatti di un soggetto scopertosi poi positivo, e andare ad intervenire con le misure precauzionali di isolamento fiduciario e successivamente anche con il tampone.

Per non parlare poi di quando l’ingegno si mette a disposizione della comunità, come nel caso di Isinnova, la startup di Brescia che ha trasformato maschere da sub in maschere collegabili al respiratore artificiale, per accorciare i tempi richiesti dalla loro produzione.

Chiudiamo la carrellata facendo cenno all’AI, che in Italia è stata impiegata dall’azienda Nexim per la piattaforma Armadillo Scan, grazie alla quale è stato possibile riconoscere in 5 secondi se il soggetto è stato contagiato soltanto uploadando la radiografia o la TAC cui si è sottoposto.