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Alzheimer, scoperti biomarcatori retinici per una diagnosi precoce

scritto da Eduardo Bleve 23/05/2020 0 commenti 2 Minuti lettura
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Noi tutti spesso abbiamo sentito parlare dell’Alzheimer, una malattia neuro-degenerativa che porta col passare del tempo ad un costante ed inesorabile declino delle funzionalità cognitive del nostro cervello.

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L’eziopatogenesi è legata a due proteine prodotte dalle cellule nervose che non vengono smaltite correttamente, stiamo parlando delle Beta-Amiloide e della neuroproteina filamentosa Tau iperfosforilata, le quali depositandosi all’interno dei corpi neuronali formano degli aggregati precipitati che portano ad un effetto neurotossico che induce la morte neuronale.

Generalmente tale patologia inizia colpendo come parte del cervello l’Ippocampo, una formazione nervosa presente all’interno del lobo temporale e costituente la parte principale del sistema limbico, impegnato soprattutto nei processi di apprendimento e nella memoria.

Spesso però i primi sintomi si presentano quando la malattia è in uno stadio abbastanza avanzato, cosa che ovviamente influisce negativamente sulla prognosi, la quale sarebbe sicuramente migliore in caso di diagnosi rapida, dal momento che terapie in grado di attenuare la progressione della malattia accostate a stimoli cognitivi, portano ad un importante aumento della qualità della vita.

La nuova scoperta per una diagnosi precoce

Presso la Duke University, i ricercatori capitanati dal professor Adam Wax, hanno verificato attraverso una tecnica di diffusione della luce, che le cellule nervose della retina in topi con Alzheimer presentavano una trama più ruvida e disordinata rispetto ai topi normali.

Andando ad osservare le immagini, in cui a destra abbiamo la retina di topi normali e a sinistra quella di topi con la patologia, possiamo vedere che in verde sono presenti depositi di Amiloide beta, la quale va a scompaginare e assottigliare la trama nervosa retinica che, effettivamente, è un estensione sensitiva del sistema nervoso.

L’obbiettivo degli scienziati è quello di combinare due tecniche di imaging, l’OCT, l’analogo ottico degli ultrasuoni e l’interferometria a bassa coerenza risolta in angolo (a/LCI), per riuscire ad acquisire informazioni sia sullo spessore sia informazioni strutturali su ciascuno strato della retina, in modo tale da creare un unico test diagnostico in grado di fare diagnosi di Alzheimer molto rapidamente, discriminando le altre patologie che causano assottigliamento della retina grazie alle analisi strutturali effettuabili su di essa.

L’equipe di Wax infatti sta lavorando infatti per creare un unico modello che integri nelle capacità di imaging del OCT, le funzionalità aggiuntive della a/LCI, utilizzando una stampante 3D che elimina i problemi di incompatibilità meccanica dovuta alle componenti e alla loro conformazione, il primo prototipo stando alle news peserà solo 1,8Kg e avrà un costo di circa $ 15.000.

Non rimane dunque che attendere gli sviluppi sperando che questa nuova tecnologia offra una finestra di screening per le malattie neurodegenerative e permetta perciò un precoce intervento terapeutico in grado di migliorare la prognosi.

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Eduardo Bleve
Eduardo Bleve

Studente di medicina e da sempre appassionato di tecnologia, musica e curiosità scientifiche.

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