cervello

Il cervello è un organo davvero affascinante, e nonostante siano stati e sono ancora oggi numerosi gli scienziati che si dedicano al suo studio, sono ancora molte le cose di cui non siamo riusciti a trovare una risposta.
I sogni, i ricordi, il modo in cui tutto sia collegato alle emozioni, per quanto la scienza abbia cercato di dare una risposta logica e scientifica a tutto ciò, molte cose restano comunque un grande mistero.
Ma ogni mistero viene risolto con lo studio, la ricerca continua, gli esperimenti.
Ed è proprio su questo fronte che si sono mossi alcuni studi, che si sono concentrati sul modo in cui avvengono le cosiddette “esperienza extracorporee”, e quali modifiche esse apportano alla struttura del cervello.

Il cervello e le esperienze extracorporee

Per esperienze extracorporee si intendono quelle situazioni in cui alcune persone percepiscono un distacco dal proprio corpo, e riescono a guardare se stessi dall’esterno. Parliamo di una vera e propria scissione tra corpo e spirito, un’esperienza quasi ultraterrena che potrebbe anche spaventare moltissimo.
E’ stato riscontrato che circa il 10% della popolazione ha vissuto, almeno una volta nella vita o più volte, un’esperienza simile.
In genere si parla di esperienze extracorporee in quelle situazioni in cui si è sotto anestesia, durante le paralisi del sonno o durante il meccanismo neuro indotto comunemente riconosciuto come pseudo-morte. Ma anche sotto effetto di psichedelici o in situazioni di disturbi mentali. Tuttavia, pochi sono a conoscenza del fatto che queste esperienze di depersonalizzazione, termine con il quale si tende ad indicare meglio questo fenomeno, possono presentarsi anche in momenti di forte ansia, come il panico. La persona percepisce se stessa e il mondo attorno a sé come irreale, quasi come se facesse parte di un sogno. E riesce a vedere se stessa dal di fuori, come uno spettatore passivo. Ma come è possibile tutto ciò? Da un punto di vista scientifico cosa accade al nostro cervello durante queste esperienze extracorporee ?

Gli studi di Josef Pavizi e del suo team

A cercare di risolvere questo quesito è stato Josef Pavizi, un neuroscienziato dell’Università di Stanford. Egli insieme ad un team di scienziati ha svolto i suoi studi su un campione di volontari affetti da epilessia.
Ciò che è stato scoperto durante questi esperimenti è davvero sorprendente. Sembra infatti che durante questo tipo di esperienze, vi è una piccolissima area del cervello, definita pecuneo anteriore, che appare fortemente coinvolta.
Infatti, pare proprio che le onde cerebrali originate dalla stimolazione del precuneo anteriore risultino essere particolarmente simili a quelle causate dalla ketamina, un farmaco utilizzato per l’anestesia.
Tale ricerca quindi potrebbe essere sfruttata per l’utilizzo di metodi di anestesia meno invasivi.

Tuttavia, come abbiamo appunto detto, il fenomeno della depersonalizzazione non si verifica solamente sui pazienti sotto anestesia, ma anche in moltissime altre circostanze.
Dunque è importante che la ricerca prosegua su questa strada per riuscire a trovare una soluzione o una spiegazione anche per tutte le altre situazioni che determinano un simile evento.

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