huawei 5G

Un emendamento al decreto legge sulla Cybersecurity pare contenga un articolo che arroga al Governo pieni diritto di veto su ogni ambito dello sviluppo del 5G. Se tale modifica fosse approvata nelle varie commissioni Affari costituzionali e Trasporti della Camera, un fornitore principe come Huawei sarebbe nei guai.

Conosciamo infatti tutta la storia del 2019 in cui il presidente Usa Donald Trump ha mosso guerra a società che svolgono il loro lavoro di fornitori e anche di presunti spioni delle attività governative statunitensi. Un odio più o meno giustificato che si è tradotto nell’emendamento sul decreto 21 del 2012:”stante un obbligo di notifica alla presidenza del Consiglio entro 10 giorni dalla conclusione di un contratto di fornitura, il governo potrà decidere se esercitare il potere di veto o chiedere l’adempimento di specifiche prescrizioni, che dovranno essere comunicate poi entro 45 giorni.

 

Governo Italiano sfida Huawei dopo Trump: nuove limitazioni sul 5G

Nel caso gli operatori di telefonia non si adeguino alle richieste del Governo, si rischia una sanzione dal 25% al 150% del valore complessivo dell’investimento, mentre resta il nodo dell’applicazione delle norme. Se Huawei venisse in qualche modo tagliato fuori dalla fornitura di infrastrutture 5G, infatti, la rete subirà un rallentamento nella sua realizzazione. Un controvalore per il PIL italiano che vale 80 miliardi di euro spalmato in 15 anni.

Con l’uscita di Huawei, compagnie come Ericsson e Nokia sarebbero pronte a rientrare sul mercato e hanno assicurato che la loro realizzazione del 5G non subirebbe intoppi.

Però se da anni tutte le aziende occidentali hanno scelto fornitori asiatici c’è un buon motivo: costano poco. Ma se dovesse ritornare tutto nelle mani di player europei, l’arrivo del 5G in Italia sarà più lungo e dispendioso.