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NASA SunRISE, sei satelliti per anticipare le tempeste solari

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La NASA sta lavorando a SunRISE, una missione pensata per capire con un certo anticipo quando il Sole si prepara a lanciare verso la Terra una raffica di particelle energetiche. Avere questa informazione in tempo utile potrebbe cambiare parecchio le cose per satelliti, missioni spaziali e astronauti, che oggi devono fare i conti con fenomeni tutt’altro che facili da anticipare. Il lancio della missione è ora previsto non prima della metà del 2027.

Il nome per esteso è Sun Radio Interferometer Space Experiment e già da qui si intuisce qualcosa del suo funzionamento. Prima però conviene guardare al problema che il progetto vuole affrontare, perché è proprio lì che sta il senso dell’intera operazione. Le tempeste solari possono svilupparsi in modo molto rapido e le particelle più pericolose non sono affatto semplici da prevedere. Questo significa che chi gestisce strumenti in orbita o pianifica attività nello spazio spesso dispone di pochissimo margine per reagire. Ridurre questa incertezza è l’obiettivo principale della missione.

Sei piccoli satelliti al posto di un grande osservatorio

La scelta più interessante riguarda l’architettura. Invece di puntare su un unico grande osservatorio, SunRISE sarà composto da sei piccoli satelliti, ciascuno grande più o meno quanto un forno da cucina. Presi singolarmente non hanno nulla di imponente, ma il punto è un altro. I sei apparecchi sono progettati per lavorare insieme come se fossero un solo gigantesco radiotelescopio, una sorta di strumento distribuito che nessuno potrebbe costruire e lanciare in un pezzo unico.

Il principio che rende possibile tutto questo è l’interferometria. Funziona così: più antenne separate raccolgono nello stesso momento il medesimo segnale e poi combinano i dati ottenuti. Il risultato è una capacità di osservazione paragonabile a quella di uno strumento molto più grande, perché la distanza tra le antenne finisce per comportarsi come le dimensioni di un’unica enorme parabola. Una tecnica di questo tipo permette quindi di ottenere prestazioni notevoli partendo da satelliti compatti, sfruttando la collaborazione tra le singole unità anziché la potenza di un solo apparato.

Le onde radio della corona solare come segnale d’allarme

Per svolgere il proprio compito i sei satelliti voleranno poco oltre l’orbita geostazionaria, quindi a circa 35.000 chilometri di quota. Da quella posizione la costellazione dovrà dare la caccia a un tipo di segnale ben preciso, ovvero le onde radio prodotte dalle particelle accelerate nella corona solare, lo strato più esterno dell’atmosfera della nostra stella.

Qui sta il vero valore della missione. Questi segnali radio raggiungono la Terra prima delle particelle energetiche vere e proprie, che viaggiano più lentamente. In pratica funzionano come un campanello d’allarme che suona in anticipo rispetto all’arrivo del fenomeno più pericoloso. Riuscire a intercettarli e a studiarli con precisione significa guadagnare tempo prezioso, un margine che oggi manca quasi sempre quando il Sole entra in una fase di forte attività.

Fonte: TecnoAndroid

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