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GPT-6 Astra decifra un messaggio tedesco del 1918 in poche mosse

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GPT-6 Astra avrebbe risolto in poche battute quello che per 108 anni era rimasto un piccolo enigma irrisolto della crittografia militare: un messaggio tedesco di 170 lettere, trasmesso negli ultimi giorni della Prima guerra mondiale e mai riportato alla luce nel suo significato completo. Non perché il metodo di cifratura fosse un mistero, tutt’altro, ma perché mancava il tassello che conta davvero, ovvero la chiave capace di rimettere in ordine i caratteri.

Il messaggio risale al 27 novembre 1918 e viaggiava su ADFGVX, uno dei cifrari militari più noti di quel periodo. Il funzionamento, spiegato senza tecnicismi, prevedeva due passaggi. Prima lettere e numeri venivano convertiti in coppie costruite con soli sei simboli, poi quelle coppie venivano rimescolate secondo uno schema definito da una parola chiave. Un doppio strato pensato per un contesto molto specifico, quello delle trasmissioni radio, dove chiunque avesse un ricevitore poteva intercettare il traffico nemico. Il risultato era una sequenza che, letta così, non dice assolutamente nulla.

Una chiave che gli studiosi avevano sotto gli occhi

Il punto più curioso di tutta la vicenda riguarda proprio la soluzione. Uno sviluppatore che si firma Prinz sostiene di aver ottenuto la decifrazione affidandosi ad Astra, il modello presentato da OpenAI a settembre, e la chiave individuata dal sistema è la parola tedesca Truppenverschiebung, cioè spostamento di truppe. Non un termine inedito, va detto. Era già presente negli archivi e nella letteratura sul tema, solo che veniva collegato a comunicazioni datate dopo il 9 dicembre 1918, quindi a un periodo differente rispetto a quello del messaggio rimasto muto.

In pratica l’elemento decisivo era già noto, ma inserito nella casella sbagliata. Un dettaglio che racconta bene quanto il lavoro sui codici storici dipenda da associazioni e ipotesi, più che dalla forza bruta del calcolo. Se una chiave viene archiviata come pertinente a un certo intervallo di date, difficilmente qualcuno la proverà su un testo che quell’intervallo non lo tocca nemmeno. E così quelle 170 lettere hanno continuato a restare illeggibili mentre la risposta girava da un’altra parte, catalogata altrove.

Cosa cambia quando l’intelligenza artificiale entra negli archivi

La vicenda si presta a una lettura più ampia sul ruolo dell’intelligenza artificiale applicata ai documenti storici. Un modello non si porta dietro le convinzioni consolidate di chi studia un argomento da decenni, non dà per scontato che una parola chiave appartenga a un solo blocco di comunicazioni, e quindi può permettersi di tentare combinazioni che a un ricercatore umano sembrerebbero fuori strada. È una differenza di approccio, non solo di potenza di calcolo.

Resta il fatto che si parla di una rivendicazione arrivata da un singolo sviluppatore, quindi il percorso naturale prevede che altri ripetano il procedimento e verifichino il risultato sul testo originale. Il cifrario ADFGVX, del resto, è stato studiato a lungo e ha già consegnato diverse decifrazioni nel corso del tempo, ma alcuni frammenti sono rimasti ostinatamente chiusi proprio per mancanza della parola chiave corretta.

Il messaggio del 27 novembre 1918 arriva da una fase in cui le ostilità sulla carta erano già finite, con l’armistizio firmato poche settimane prima, e questo rende il contenuto potenzialmente interessante per capire come si muovevano le comunicazioni tedesche in quei giorni. La parola Truppenverschiebung, in questo senso, offre già un indizio sul tipo di informazioni che circolavano lungo quelle frequenze.

Fonte: TecnoAndroid

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