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Xiaomi Xring O3, addio a Snapdragon e Dimensity sui telefoni

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Con il debutto dello Xring O3, Xiaomi ha messo nero su bianco una scelta che si preparava da tempo: i futuri telefoni dell’azienda cinese lasceranno da parte sia i Snapdragon di Qualcomm sia i Dimensity di MediaTek, affidandosi al chip sviluppato in casa. Non è un dettaglio tecnico da poco, perché il processore è il cervello di uno smartphone e, soprattutto, perché progettarne uno da zero resta un privilegio di pochissimi nomi al mondo.

Per gran parte della sua storia Xiaomi ha fatto quello che fanno quasi tutti: comprare silicio da terzi, montarlo, ottimizzare il software il meglio possibile e andare avanti. Un approccio comodo, certo, ma che lascia il controllo dell’ingegneria nelle mani di qualcun altro. Con Xring O3 quel meccanismo cambia, almeno per i modelli che verranno.

Un chip a 3nm e numeri di partenza contenuti

Il nuovo processore è costruito con processo produttivo a 3nm. Avanzato, va detto, anche se non al livello dei 2nm che iniziano a comparire su prodotti come Exynos 2600 di Samsung. Il vantaggio che Xiaomi cerca è soprattutto un altro: una maggiore integrazione tra hardware e software nei telefoni in arrivo, quel tipo di sintonia fine che è difficile ottenere quando il chip arriva da fuori.

Le prime quantità previste raccontano di un avvio prudente. Si parla di una produzione iniziale compresa tra 200.000 e 300.000 unità, secondo persone a conoscenza della situazione. Non cifre da fenomeno di massa, insomma, ma un banco di prova su scala reale.

Il precedente Xring O1 e le lezioni imparate

Chi segue Xiaomi da vicino ricorderà che lo scorso anno era arrivato Xring O1, un progetto passato quasi inosservato per chi vive nell’ecosistema Samsung, Apple o Google. I numeri, però, non sono stati irrilevanti: quel chip si trova oggi in circa 150.000 smartphone e, mettendo nel conto anche tablet e orologi che lo utilizzano, il totale dei dispositivi venduti supera il milione di unità.

Lo Xring O3 dovrebbe muoversi su volumi paragonabili. Con una variabile in mezzo, però: se il mercato degli smartphone nel 2027 si contraesse di circa 15%, come indicano le previsioni attuali, il quadro potrebbe cambiare parecchio.

Il ritorno nei pieghevoli e la sfida cinese

I chip proprietari non sono l’unico fronte aperto in casa Xiaomi. Dopo aver saltato il 2025, l’azienda dovrebbe rientrare nella corsa dei pieghevoli con un prodotto pensato per contrastare Galaxy Z Fold 8 Ultra e qualunque forma prenderà il foldable di Apple. Un rientro che, secondo le indiscrezioni, poggerà proprio sul nuovo processore interno.

La partita in patria, però, si presenta complicata. In Cina il mercato dei pieghevoli è dominato da Huawei, che è anche leader globale del segmento e detiene 68% di quota. Dietro arriva Honor con circa 14%, mentre Oppo si ferma sotto 10%. Spazio per crescere ce n’è, ma va conquistato pezzo per pezzo, e Xiaomi ci arriva partendo da una posizione tutt’altro che comoda.

Cosa cambia davvero per chi compra

Il passaggio a un chip proprietario non si traduce automaticamente in prestazioni superiori. Quello che tende a migliorare, quando l’operazione funziona, è la coerenza dell’esperienza: gestione dei consumi più prevedibile, aggiornamenti software più rapidi da calibrare, funzioni pensate per quel silicio e non adattate a posteriori. È la strada che altri produttori hanno già percorso, con risultati alterni.

Per Xiaomi, comunque, la posta in gioco va oltre il singolo modello. Costruire un chipset interno significa ridurre la dipendenza dai fornitori e avere voce in capitolo su tempi e caratteristiche dei propri prodotti. Il rovescio della medaglia è il costo: sviluppare processori è un’attività che brucia risorse enormi e che raramente ripaga nel breve periodo, motivo per cui pochissime aziende ci provano davvero.

I prossimi telefoni della gamma, pieghevoli compresi, saranno il primo vero test di questa strategia con Xring O3 a bordo.

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