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Chi si aspetta che The Witcher 3: Songs of the Past ribalti da cima a fondo un gioco uscito undici anni fa resterà deluso, e la cosa è perfettamente voluta. L’espansione, attesa per il 2027, non nasce per far sembrare nuovo il gioco base, ma per aggiungersi a qualcosa che secondo chi ci lavora funziona ancora benissimo così com’è. Una specie di pizzico di sale, non una ricetta diversa.
A dirlo è Jakub Rokosz, amministratore delegato di Fool’s Theory, lo studio che sta lavorando all’espansione insieme a CD Projekt Red. La sua posizione è netta: Songs of the Past non darà una sensazione diversa da quella del gioco originale, semplicemente perché The Witcher 3 è invecchiato davvero bene. Parole che pesano, considerando che parliamo di un titolo del 2015, un’era geologica in termini di videogiochi ma nemmeno tanto lontana se si guarda ai cicli reali dell’industria.
Un gioco che non sembra vecchio, e questo cambia tutto
Rokosz insiste su un punto preciso: The Witcher 3 è tuttora rilevante. È diventato un punto di riferimento per i giochi di ruolo quando è uscito e ancora oggi, rigiocandolo, non dà quella sensazione di prodotto datato che colpisce tanti titoli della stessa generazione. Detta così sembra la solita frase di circostanza, ma il ragionamento regge se si allarga lo sguardo. Ci sono giochi entrati nella storia che hanno aspettato quasi trent’anni per un remake, altri che non l’hanno mai ricevuto, e praticamente nessuno che si sia guadagnato un’espansione a distanza di oltre un decennio.
The Witcher 3, da questo punto di vista, è un privilegiato. È relativamente giovane e CD Projekt Red sta facendo in modo che continui a sembrarlo. Il rischio, chiaramente, sarebbe quello opposto: intervenire troppo, riscrivere l’identità di un gioco che funziona, rovinare uno scheletro solido. La linea dello studio polacco sembra andare nella direzione opposta, quella dell’aggiunta misurata.
Il remaster punta a sembrare un gioco del 2026
Sul fronte tecnico il discorso è diverso. Il remaster di The Witcher 3, in arrivo il 29 settembre, deve dare l’impressione di essere uscito nel 2026. Lo afferma Jakub Kutrzuba, produttore esecutivo di CD Projekt Red, e l’obiettivo è quello di allineare l’aspetto visivo agli standard attuali senza toccare l’anima del gioco.
Le modifiche più interessanti, però, riguardano il combattimento. Adam Badowski, co amministratore delegato di CD Projekt, spiega che gli interventi rendono gli scontri molto più fluidi e naturali. Il dettaglio più concreto riguarda la possibilità di cambiare bersaglio mentre è in corso un’animazione o mentre si sta portando un colpo, una libertà che nell’originale non c’era e che restituisce una sensazione di freschezza. Chi ricorda la rigidità di certe sequenze di Geralt capirà bene di cosa si parla.
Nel pacchetto del remaster CD Projekt Red ha infilato circa trenta migliorie, molte delle quali annunciate quasi di sfuggita. Tra queste ci sono una meditazione più immersiva, un nuovo sistema di tracciamento delle missioni, una revisione del bottino e alcune funzionalità esclusive per Switch 2.
La prova sul campo a Gamescom
Una prima occhiata concreta a Songs of the Past è arrivata durante una demo guidata a Gamescom 2026. L’impressione riportata da chi ha potuto provarla è coerente con le dichiarazioni degli sviluppatori: anche una sezione fortemente narrativa sembra incastrarsi senza attriti nel mondo già esistente di The Witcher 3, mentre le novità del remaster spingono più in là proprio quegli elementi che avevano reso speciale il gioco originale. L’idea di fondo, insomma, è sempre la stessa. Migliorare senza sovrastare, aggiungere senza cancellare. CD Projekt Red sa di avere tra le mani una struttura che regge ancora il peso degli anni, e sembra intenzionata a non forzarla oltre il necessario.










