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Con Taste Profile, Spotify prova a ribaltare uno dei meccanismi più discussi del suo servizio, quello dell’algoritmo che decide cosa far ascoltare senza mai spiegare davvero il perché. La nuova funzione, arrivata in versione beta, mostra nero su bianco come la piattaforma interpreta le abitudini di ascolto di ciascun utente e, cosa più rilevante, permette di intervenire quando quell’interpretazione non corrisponde alla realtà.
Il debutto riguarda per ora gli abbonati Premium maggiorenni negli Stati Uniti. Non si tratta di un esordio assoluto, perché la funzione era già in fase di test in Nuova Zelanda da qualche mese. Sull’arrivo in Italia, invece, nessuna indicazione: al momento non esiste una data, né un’indicazione di massima.
Cosa mostra davvero il Taste Profile
Le funzioni principali sono sostanzialmente tre. La prima è una sintesi scritta in chiaro di come l’app legge i gusti di chi ascolta, e non riguarda soltanto la musica: ci sono anche podcast e audiolibri. È l’equivalente di aprire la scheda che Spotify ha compilato negli anni, con tutte le deduzioni che ne derivano. In parecchi casi il risultato potrebbe risultare sorprendente, perché l’immagine che l’algoritmo restituisce non sempre coincide con quella che ognuno ha di sé.
La seconda parte è quella che rende la novità interessante sul serio. Dentro il profilo si possono scrivere delle note libere per orientare la home feed. Serve più rock anni Novanta? Basta scriverlo. C’è la sensazione di sentire sempre le stesse cose in loop? Si può segnalare. Interessano podcast di storia oppure di tecnologia? Si specifica e il sistema ne tiene conto. Secondo Spotify le modifiche iniziano a comparire nella schermata principale nel giro di poche ore, e restano sempre modificabili o cancellabili.
La terza questione riguarda il peso di queste istruzioni. Non si tratta di comandi rigidi che sovrascrivono tutto il resto. L’azienda parla di una guida gentile per l’algoritmo, non di un controllo totale: la home si adatta, cambia inclinazione, ma non si trasforma in una lista della spesa compilata a mano. Una distinzione che vale la pena tenere a mente, perché fissa già in partenza le aspettative su quanto si possa davvero pilotare il sistema.
Un tassello che si aggiunge agli strumenti già disponibili
Il Taste Profile non nasce dal nulla. Va a inserirsi accanto a controlli che esistono da tempo, come la possibilità di escludere singoli brani o intere playlist dalle raccomandazioni. E si affianca anche a una novità più recente, quella che consente di tenere la musica per bambini fuori dal profilo dei gusti personali, evitando così che finisca per contaminare le proposte quotidiane e, dettaglio non trascurabile per molti utenti, anche il Wrapped di fine anno.
Il filo conduttore è abbastanza evidente: dare un canale diretto per parlare all’algoritmo, invece di limitarsi a sperare che prima o poi capisca da solo. Per anni il rapporto è stato a senso unico, con la piattaforma che elaborava dati di ascolto e restituiva suggerimenti senza offrire alcuna leva di correzione reale. Qui la logica si inverte, almeno in parte.
Il punto interrogativo riguarda l’efficacia concreta. Un sistema che ha accumulato anni di cronologia, skip, ripetizioni e preferenze implicite non cambia direzione con una frase scritta in un campo di testo. Le note funzionano come un’indicazione, non come un reset, e il peso che riescono ad avere sul risultato finale dipenderà da quanto la piattaforma decide di ascoltarle rispetto ai segnali storici.
Per chi usa Spotify quotidianamente, comunque, la direzione è quella di una maggiore trasparenza. Vedere scritto cosa il servizio pensa dei propri gusti è già di per sé un’operazione insolita per una piattaforma di streaming, abituata piuttosto a lavorare dietro le quinte. La fase beta servirà anche a capire come reagiscono gli utenti americani prima di un’eventuale estensione ad altri mercati.
Fonte: TecnoAndroid








