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Dormire meglio, e soprattutto accumulare più sonno REM, sembra avere a che fare con un rischio nettamente più basso di ammalarsi. Lo suggerisce una ricerca pubblicata il 17 settembre su PLOS Medicine, firmata da Shengzhi Sun della Capital Medical University di Pechino insieme a un gruppo di colleghi, che ha passato al setaccio i dati di 95.559 persone. Il numero che ha fatto più rumore riguarda proprio la fase REM: chi ne registrava di più mostrava un rischio ridotto per 83 malattie diverse, dallo scompenso cardiaco alla demenza fino al Parkinson.
Il punto interessante è il metodo. Niente questionari, niente ricordi approssimativi del tipo “di solito dormo sette ore”. I partecipanti, tutti inseriti nella coorte UK Biobank, hanno indossato un accelerometro da polso per sette giorni e sette notti consecutive. Un algoritmo di deep learning ha poi ricostruito la struttura delle notti, separando sonno REM, sonno profondo e sonno leggero, e misurando la durata totale, i risvegli dopo l’addormentamento e l’irregolarità da una notte all’altra. Un dettaglio non secondario, visto che le stime autoriportate sul sonno tendono a correlare male con le misurazioni oggettive.
Cosa dicono i numeri sul sonno REM e sul sonno profondo
Il periodo di osservazione è stato lungo, con un follow up mediano di 8,9 anni, e le cartelle cliniche hanno permesso di incrociare i dati con oltre mille possibili esiti di salute. Per ogni incremento pari all’intervallo interquartile, cioè 47,6 minuti in più di sonno REM, la ricerca ha rilevato associazioni con un rischio inferiore per 83 patologie. Alcuni valori sono piuttosto marcati: hazard ratio di 0,74 per lo scompenso cardiaco, 0,54 per la demenza, 0,20 per la malattia di Parkinson.
Il sonno profondo si muove su una scala più contenuta ma nella stessa direzione, con un rischio ridotto per 7 condizioni, tra cui il diabete di tipo 2 e il disturbo depressivo maggiore. Sull’altro versante, chi dormiva in modo più irregolare e chi restava sveglio a lungo dopo essersi addormentato mostrava rischi più alti per diverse condizioni, ansia e disturbi da uso di sostanze comprese. L’analisi su scala fenomica ha identificato 156 associazioni significative dopo correzione di Bonferroni.
La finestra tra 6 e 8 ore e il limite dello studio
Sulla durata del sonno il quadro non è lineare, ed è forse la parte più utile per chi cerca un riferimento pratico. Per molte patologie la relazione ha una forma a U, con il rischio minimo concentrato tra 6 e 8 ore per notte. Nello specifico, la durata è risultata associata in modo non lineare a 86 fenotipi di malattia, e per 69 di questi il punto di rischio più basso cade proprio dentro quella finestra. Chi invece dormiva meno di 5 ore appariva nella posizione più esposta, con un rischio aumentato per 37 condizioni.
Gli autori restano cauti, e fanno bene: si tratta di uno studio osservazionale, quindi non può dimostrare che il modo di dormire causi direttamente la malattia. La loro lettura è che mantenere una durata tra 6 e 8 ore funzioni come una sorta di protezione per gli adulti di mezza età e per gli anziani, probabilmente perché in quella finestra la distribuzione delle fasi del sonno risulta più favorevole.
Il contesto in cui nasce la ricerca aiuta a capire perché il tema sia così sentito. La qualità e la quantità del riposo sono una priorità della Commissione Nazionale per la Salute cinese, e il più recente Libro Bianco 2026 sulla salute del sonno in Cina racconta una media di 6,97 ore per notte, con il 23 per cento degli intervistati che scende sotto le 6 ore. Solo il 26 per cento dichiara orari regolari, mentre i disturbi del riposo risultano in aumento nel tempo. Il lavoro è stato sostenuto da diversi fondi pubblici cinesi, tra cui il National Science Fund for Distinguished Young Scholars e il programma della National Natural Science Foundation of China, che non hanno avuto alcun ruolo nel disegno dello studio né nella decisione di pubblicarlo.
Fonte: TecnoAndroid








