In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Con l’annuncio di PRIMA, la NASA ha messo nero su bianco l’intenzione di guardare l’universo da un’angolazione che finora è rimasta in gran parte scoperta, quella dell’infrarosso lontano. Non un sostituto di James Webb o di Hubble, piuttosto un compagno di viaggio pensato per andare a frugare dove la polvere cosmica nasconde tutto il resto. Perché è lì, dietro quei veli densi di materia, che si consumano alcuni dei processi più interessanti per chi studia il cielo.
L’idea di fondo è piuttosto lineare. La luce visibile viene bloccata dalla polvere, mentre certe lunghezze d’onda riescono ad attraversarla e a portare fuori informazioni preziose. Osservare nell’infrarosso lontano significa poter ricostruire il momento in cui le stelle si accendono, capire come si formano i pianeti attorno a esse e seguire la crescita delle galassie nel corso del tempo. Un lavoro di archeologia cosmica, in sostanza, che gli strumenti attuali riescono a fare solo in parte.
Cosa farà PRIMA e perché serve un altro telescopio spaziale
Il punto è che ogni osservatorio ha la sua finestra sullo spazio. James Webb lavora benissimo nell’infrarosso vicino e medio, Hubble copre visibile e ultravioletto, ma la fascia più lontana dello spettro infrarosso resta un territorio relativamente poco battuto. PRIMA nasce proprio per riempire quel vuoto, affiancandosi agli osservatori già operativi invece di sovrapporsi al loro lavoro.
C’è anche un dettaglio che riguarda da vicino il nostro Paese. Alla missione parteciperà infatti l’Agenzia Spaziale Italiana, con un contributo che conferma il peso ormai consolidato dell’Italia nei grandi programmi scientifici internazionali. I dettagli tecnici di questo apporto, però, non sono ancora stati resi noti nel dettaglio, ed è normale visto il punto in cui si trova il progetto.
Il calendario, le verifiche e cosa manca ancora
Qui vale la pena essere chiari, perché l’entusiasmo rischia sempre di correre più veloce dei fatti. L’annuncio del 23 settembre non è il via libera definitivo al lancio. Tradotto, PRIMA ha superato uno scalino importante ma non l’ultimo. Il telescopio spaziale è entrato nella fase in cui verranno sviluppati il progetto preliminare e le tecnologie necessarie a farlo funzionare, una specie di lunga prova generale fatta di studi, prototipi e valutazioni.
Prima di passare alla costruzione vera e propria servirà un’altra verifica, questa volta su tre fronti ben precisi. Aspetti tecnici, tempistiche e costi. Sono i tre pilastri su cui la NASA decide se una missione può reggere il peso di anni di sviluppo oppure no, e non sono pochi i progetti che si sono fermati proprio a questo passaggio.
Se tutto andrà come sperano i responsabili del programma, il lancio è previsto per il 2033. La durata operativa stimata della missione è di cinque anni, un arco temporale nel quale PRIMA dovrebbe raccogliere dati sull’infrarosso lontano difficilmente ottenibili con gli strumenti oggi in orbita. Cinque anni che, per un osservatorio spaziale, rappresentano comunque una finestra di lavoro robusta, considerando quanto materiale possono produrre strumenti del genere in una singola stagione osservativa.
Nel frattempo il progetto resta in una fase iniziale, con molte informazioni ancora da definire e un percorso di validazione tutt’altro che breve davanti a sé. La direzione, però, è tracciata, e va verso quella porzione di spettro che finora ha custodito i segreti meglio nascosti della formazione stellare e dell’evoluzione delle galassie.
Fonte: TecnoAndroid








