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Netflix e Prime Video: la TV condivisa che non c’è più

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Di epidemia di solitudine parla Caetlin Benson Allott, professoressa di Inglese e direttrice di Film and Media Studies alla Georgetown University, e lo fa partendo da un punto che sembra banale ma non lo è affatto: il modo in cui la televisione viene guardata è cambiato del tutto. Non è una questione di gusti o di qualità dei programmi, è proprio la struttura dell’esperienza che si è sfaldata. Un tempo la serata davanti allo schermo era un rito collettivo, adesso è quasi sempre una faccenda privata, individuale, con le cuffie o con il tablet appoggiato sulle ginocchia.

Per buona parte della seconda metà del Novecento gli spettatori avevano a disposizione pochi canali e ancora meno programmi. Sembra un limite, e in parte lo era, ma quel limite produceva una cultura condivisa piuttosto solida. Grosso modo tutti guardavano le stesse cose nello stesso momento, il che significa che il giorno dopo c’era sempre qualcosa di cui parlare, a scuola, in ufficio, al bar. La conversazione nasceva da sola, senza bisogno di cercarla.

Dai finali trasmessi in contemporanea al catalogo infinito

Il caso di Lost resta uno dei momenti culturali più significativi nella storia della televisione. In Spagna la rete Cuatro fece storia mandando in onda il finale della serie in simultanea mondiale, il 24 maggio 2010. Un evento, con tanto di attesa collettiva e di gente sveglia in orari improbabili pur di non perdersi niente e di non incappare in uno spoiler. Oggi quella meccanica è stata assorbita e normalizzata dalle piattaforme: Netflix e Prime Video rilasciano i loro titoli a livello internazionale tutti insieme, e la simultaneità da eccezione è diventata routine.

Il paradosso è che più i contenuti si moltiplicano, più quella cultura condivisa si frammenta. Con un catalogo praticamente illimitato le probabilità che due persone abbiano visto la stessa cosa nella stessa settimana crollano. E così stabilire connessioni personali attraverso ciò che si guarda diventa più complicato. “Ci sono molti studi che dicono che siamo in un’epidemia di solitudine”, afferma la professoressa, collegando in modo diretto questa dispersione dei consumi a un fenomeno sociale molto più ampio.

Serie che fanno compagnia e il ruolo dei podcast

C’è però un altro lato della questione che Benson Allott mette in evidenza. Fin dai suoi esordi la televisione ha provato a ricreare la sensazione di stare in famiglia, o con quel gruppo di amici che si rivede una volta a settimana e che diventa un appuntamento fisso. Non è un caso che il modello della sitcom con un nucleo ristretto di personaggi abbia funzionato così bene per decenni. Friends, arrivata sugli schermi il 22 settembre 1994 con Jennifer Aniston, Courteney Cox e Lisa Kudrow, è l’esempio più immediato di quel meccanismo: un divano, un bar, sei persone che parlano.

Questa stessa esigenza, secondo l’analisi della docente, spiega anche il boom dei podcast. La voce che accompagna, che torna con regolarità, che crea abitudine e fidelizza chi ascolta funziona esattamente come funzionavano certe serie, costruendo un legame che assomiglia molto a una frequentazione.

Nel frattempo si osserva un interesse crescente verso il recupero di serie del passato, quelle costruite attorno a piccoli gruppi di personaggi che semplicemente passano del tempo insieme e chiacchierano. Nessuna trama epica, nessun mistero da risolvere, solo persone che stanno lì. Una forma di intrattenimento che, secondo la professoressa, intercetta un bisogno molto attuale, quello di avere compagnia. Il pubblico non torna su quei titoli soltanto per nostalgia, ci torna perché riempiono uno spazio che il catalogo sterminato delle piattaforme, con tutte le sue possibilità, non riesce a occupare allo stesso modo.

Fonte: TecnoAndroid

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