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Nei tredici stati serviti da PJM Interconnection i nuovi data center rischiano di essere i primi a restare senza corrente quando la rete va in affanno, e non è più una minaccia teorica. Il gestore, che porta elettricità a 67 milioni di persone tra tredici stati e Washington D.C., ha depositato giovedì presso la Federal Energy Regulatory Commission una proposta che ribalta le priorità classiche del sistema, mettendo i grandi consumatori industriali davanti alle famiglie nella fila dei distacchi. La richiesta arriva dopo due aste di capacità consecutive che non sono riuscite a procurare abbastanza generazione, mentre il consiglio di PJM stima circa 70 GW di nuovo carico di grandi dimensioni entro il 2038 a fronte di circa 15 GW di capacità produttiva andata in pensione dal 2022.
Il meccanismo si chiama Interim Resource Adequacy Service e ha un perimetro preciso. Gli impianti già collegati non vengono toccati. La regola riguarda soltanto i nuovi carichi da 50 MW o più concentrati in un singolo sito che si allacciano alla rete elettrica senza portarsi dietro una propria generazione, o senza essersi assicurati in altro modo la fornitura, entro il primo giugno 2027. Quelle strutture verrebbero ridotte prima che PJM attivi il Pre Emergency Load Management, cioè i programmi di risposta alla domanda che pagano altri clienti perché taglino i consumi nei momenti di stress.
PJM: un registro per sapere chi consuma cosa
Insieme al nuovo servizio arriva un Large Load Registry, un archivio che traccia posizione e assorbimento in megawatt di ogni sito da 50 MW in su nel territorio di PJM, segnalando anche se quel sito si porta o meno la propria elettricità. Chi subisce il taglio riceve un compenso a tariffa oraria approvata da FERC, fissata al 50% della penale che PJM versa alle risorse di risposta alla domanda già esistenti durante le emergenze piene. Gli operatori possono anche rinunciare a quel pagamento, in linea con il Ratepayer Protection Pledge voluto dalla Casa Bianca.
Resta un dettaglio non da poco. PJM non può azionare l’interruttore da sola, perché non ha l’autorità per ridurre i consumi di un singolo sito e dovrebbe appoggiarsi alle utility e ai governi statali per eseguire materialmente i tagli. Proprio per questo i dati del registro verranno condivisi con gli stati, così da stabilire le priorità di distacco. La Virginia, che ospita il più grande agglomerato di data center al mondo, ha già imposto agli operatori di pagarsi da soli le infrastrutture di rete dedicate.
Aste andate male e costi in salita
Non è la prima volta che i grandi impianti della zona vengono limitati. A maggio un ordine di emergenza del Dipartimento dell’Energia aveva permesso al gestore di chiamare in causa i carichi più pesanti dotati di generazione di riserva, come ultima risorsa prima dei blackout a rotazione. Durante quell’ondata di caldo PJM prevedeva meno di 5.800 MW di riserve, con Maryland e Virginia sotto la pressione maggiore. Il deposito di giovedì trasformerebbe quel potere straordinario e una tantum in uno strumento stabile.
I numeri delle aste spiegano il resto. A luglio l’asta di capacità per l’anno di consegna 2028/29 ha toccato il tetto di prezzo, circa 300 euro per megawatt al giorno, e nonostante questo è rimasta indietro di circa 6.800 MW rispetto al requisito di affidabilità. Il monitor indipendente del mercato ha attribuito alla domanda dei data center un balzo del 75,5% dei costi dell’energia nella regione.
Per tappare il buco è partita una procedura di approvvigionamento straordinaria, aperta dal 30 settembre al 21 ottobre, con offerte limitate a circa 510 euro per megawatt al giorno. Dall’asta 2029/2030 in poi, invece, PJM intende escludere del tutto dal fabbisogno che acquista i nuovi grandi carichi che non portano con sé la propria generazione.










