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Petrolio in rialzo: oleodotto saudita fermo, Brent +76%

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I prezzi del petrolio sono tornati a salire con forza sui mercati internazionali, e la spinta arriva da un mix di tensioni geopolitiche e problemi logistici molto concreti. Nella giornata del 15 settembre 2026 il WTI con consegna a ottobre ha guadagnato l’1,89%, arrivando a EUR 89 al barile, mentre il Brent con consegna a novembre è salito dell’1,73% toccando EUR 93 al barile. Numeri che, messi in fila dall’inizio dell’anno, raccontano un rialzo cumulato del Brent di quasi il 76%, conseguenza diretta dell’allargamento progressivo del conflitto tra Stati Uniti e Iran in Medio Oriente.

L’oleodotto saudita fuori uso e il nodo di Hormuz

Il fattore che ha fatto scattare l’ultimo rincaro ha un nome preciso, ed è l’interruzione dell’oleodotto che in Arabia Saudita collega est e ovest del Paese. Si parla di un’infrastruttura lunga 1.200 chilometri, capace di movimentare fino a 7 milioni di barili al giorno, colpita il 10 settembre da un attacco condotto con droni. Non un tubo qualsiasi, insomma: è la rotta alternativa che permette di portare il greggio verso il Mar Rosso senza dover passare per lo Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha avviato i lavori di riparazione, che secondo le stime richiederanno tra le tre e le cinque settimane. In quel periodo risulta a rischio fino al 4% dell’offerta petrolifera mondiale.

Nel frattempo la situazione non si è stabilizzata nemmeno altrove. Sia nello Stretto di Hormuz sia nell’area di Bab el Mandeb le operazioni nei giacimenti e il traffico marittimo hanno registrato fermi operativi, con gli attacchi alle navi che continuano a rendere imprevedibile qualsiasi programmazione delle spedizioni.

Borse in rosso e gas che rincara

Le tensioni sul comparto energetico si sono scaricate immediatamente sui mercati finanziari, e il quadro è stato uniforme quasi in tutto il mondo. Le principali Borse europee hanno chiuso in netto calo, con Milano peggiore piazza del continente in flessione dell’1,68%, seguita da Madrid in calo dell’1,38%, Parigi che ha lasciato sul terreno lo 0,76% e Francoforte allo 0,5%. In Asia il Nikkei di Tokyo ha ceduto lo 0,81%, mentre anche Wall Street ha archiviato la seduta in territorio negativo.

Il rialzo non si è fermato al greggio. Anche il gas naturale ha seguito la stessa direzione, con le quotazioni sulla piazza di Amsterdam salite del 5,1% a 83,58 euro al megawattora. Un dettaglio tutt’altro che marginale, perché è il riferimento che poi finisce nelle bollette europee.

Benzina fino a 3 euro al litro, lo scenario peggiore

Sul passaggio più delicato, ovvero cosa arriva davvero al distributore, è intervenuto Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia. La sua lettura non è rassicurante: «la situazione peggiorerà», ha avvertito, aggiungendo che senza l’oleodotto saudita si rischia di tornare «al punto di partenza nella gestione dell’emergenza».

Sul possibile picco dei prezzi alla pompa, Tabarelli ha usato toni prudenti ma senza nascondere l’ipotesi estrema. «In un quadro apocalittico la benzina può toccare i 3 euro, ma l’unica certezza di questo mercato è l’incertezza, che potrebbe riportare i prezzi anche a 1,60 o 1,70 euro». Quindi il paragone che pesa più di tutti: «oggi la spinta è al rialzo e ci sono buone ragioni per temere uno shock persino più violento di quelli del 1973 e del 1979».

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