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Il 2026 sta segnando un punto di svolta per CarPlay, il sistema che da oltre dieci anni permette di aggirare i software di bordo poco riusciti semplicemente collegando iPhone all’auto. Diversi costruttori, dopo anni di adozione entusiasta, stanno facendo marcia indietro. General Motors è il caso più evidente, con la rimozione già avviata sui modelli elettrici più recenti e l’intenzione di eliminare il supporto in modo definitivo. Tesla e Rivian, invece, non lo hanno mai offerto, anche se Tesla lo avrebbe testato internamente.
La logica dietro questa retromarcia è meno misteriosa di quanto sembri. Togliere Apple CarPlay significa sottrarre comodità a chi guida, ma restituisce ai costruttori il controllo sui dati e sui servizi utilizzati a bordo. La versione ufficiale parla di integrazione migliore con la vettura. La versione meno diplomatica riguarda chi possiede la parte di schermo che viene guardata più spesso.
Perché CarPlay era diventato la scorciatoia contro i software di bordo scadenti
Il punto di forza di CarPlay è sempre stato la coerenza. Salendo su qualsiasi auto compatibile, indipendentemente da dimensione o tipo di display, l’interfaccia resta la stessa, con le app già installate sul telefono e la rubrica pronta all’uso. Nessun account nuovo, nessuna migrazione di dati.
Prima dell’arrivo di CarPlay e Android Auto la situazione era molto meno rosea. Si restava vincolati al sistema di infotainment costruito dal produttore, con risultati altalenanti e spesso di breve durata. MyFord Touch, montato su Ford e Lincoln, è rimasto in vita appena cinque anni. BMW a un certo punto ha provato a far pagare circa 75 euro all’anno per l’accesso a CarPlay. E poi c’era la navigazione, tallone d’Achille classico dei vecchi sistemi, con mappe che invecchiavano in fretta e aggiornamenti a pagamento salato.
Per le case automobilistiche, delegare il grosso dell’esperienza software ad Apple o a Google aveva perfettamente senso. Oggi CarPlay è compatibile con oltre 800 modelli diversi, numero che racconta bene quanto l’accordo abbia funzionato. Il problema è arrivato con le elettriche, che richiedono un dialogo molto più stretto tra software e vettura. Precondizionamento della batteria e controlli di ricarica specifici del marchio non si sposano bene con un sistema che, nella sua forma standard, si limita a girare sopra il software dell’auto come una specie di app di mirroring.
I numeri dicono comunque che ai guidatori interessa eccome. Apple, al WWDC 2022, sosteneva che il 79 per cento degli acquirenti non avrebbe scelto un modello privo di CarPlay, mentre un sondaggio più recente parla di perdita del supporto come fattore bloccante per il 55 per cento degli utenti.
General Motors punta tutto su Android Automotive
General Motors è il costruttore che sta facendo il passo più netto. Il supporto a CarPlay e Android Auto è già sparito dai modelli elettrici più recenti, Chevrolet Blazer EV compresa, e l’uscita di scena dovrebbe estendersi anche alle auto a benzina intorno al 2028, quando arriverà la piattaforma di calcolo centralizzata sviluppata in casa. Le vetture già in circolazione non perderanno nulla, ma i modelli nuovi avranno solo l’alternativa GM.
Alternativa che, curiosamente, poggia su Android Automotive, il sistema operativo autonomo di Google, da non confondere con Android Auto. Qui le app girano direttamente sull’auto, senza bisogno di collegare uno smartphone. Google Maps, per esempio, può tenere conto della carica residua e dell’autonomia stimata per pianificare le soste di ricarica lungo il percorso. Il dirigente GM Mike Hichme, in un’intervista del 2023, aveva spiegato di non volere un infotainment dipendente dal fatto che una persona abbia con sé un cellulare.
Restare nativi, però, significa anche trattenere i dati su come si guida, si pianificano i tragitti e si ricarica. E se le app integrate usano la connessione dell’auto invece di quella del telefono, qualcuna potrebbe richiedere un abbonamento allo scadere del periodo gratuito. Su questo fronte GM ha un precedente pesante: a gennaio la FTC le ha vietato per cinque anni di vendere dati dei guidatori, dopo la presunta raccolta e cessione di informazioni comportamentali senza consenso informato.
CarPlay Ultra allarga la frattura
La risposta di Apple si chiama CarPlay Ultra e va ben oltre il mirroring. Gestisce l’intero cruscotto, quadro strumenti incluso, mostrando velocità e pressione degli pneumatici accanto alle indicazioni di Apple Maps, e prende in carico radio e climatizzazione, con la possibilità per i costruttori di creare temi grafici coerenti con lo stile della vettura. Resta però la dipendenza dall’iPhone, che per ora fornisce la potenza di calcolo necessaria, e resta la necessità di condividere dati del veicolo lavorando fianco a fianco con Apple. Forse anche per questo l’adozione procede lenta: Aston Martin è l’unico marchio che oggi lo propone, mentre Hyundai e Kia hanno lasciato intendere che arriveranno, senza date confermate.








