In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Le passkey di Google, presentate come la soluzione definitiva ai vecchi problemi di sicurezza legati alle password, finiscono ora sotto esame per una serie di falle che ne mettono in discussione la solidità. Il sistema era nato con un’idea semplice e ambiziosa allo stesso tempo, cioè togliere di mezzo le stringhe alfanumeriche da ricordare e sostituirle con una firma digitale sbloccata tramite dati biometrici, utilizzabile soltanto dai dispositivi che l’utente ha già autenticato. Un meccanismo elegante, apprezzato da molti. Eppure qualcosa ha iniziato a incrinarsi.
Un gruppo di ricercatori noto come Unit 42 ha individuato alcune vulnerabilità nel Password Manager di Google che, se sfruttate nel modo giusto, permettono di aggirare proprio quei sistemi di protezione pensati per rendere le passkey inattaccabili. Il metodo è stato ribattezzato Pass-ta-key e ha già dimostrato di poter compromettere le passkey generate tramite Chrome.
Come funziona l’attacco
Le tecniche scoperte sono diverse, ma tutte puntano allo stesso punto debole, quello che si trova nella fase finale del processo. In sostanza alcuni siti web possono essere ingannati e portati a credere che la passkey generata tramite Chrome sia autentica, mentre in realtà è stata dirottata da un malintenzionato. C’è però una condizione senza la quale nulla di tutto questo funziona. Il computer Windows preso di mira deve essere già infettato da un malware. Un dispositivo pulito, quindi, non corre alcun rischio. Il problema nasce dal fatto che un software malevolo può colpire le passkey nella fase di autenticazione, anche quando queste sono state create in origine su una macchina non compromessa.
I ricercatori hanno poi mappato più varianti, tutte riconducibili al nome collettivo Pass-ta-key. La prima prevede la compromissione di un account tramite il malware già presente sul dispositivo. La chiave di identità, invece di restare custodita nel modulo di sicurezza TPM che di solito la protegge, viene esportata su disco. A quel punto il software malevolo riesce ad autenticarsi con il Password Manager di Google senza che l’utente se ne accorga o dia il proprio consenso.
Le varianti più insidiose e le conseguenze
Un secondo metodo, chiamato silver, alza l’asticella della complessità perché convince il gestore delle password che l’utente abbia già sbloccato il dispositivo con il riconoscimento biometrico. Il computer infetto viene tenuto in una condizione di attesa, in cui la verifica dell’identità non risulta mai realmente conclusa. Ed è proprio in questa fase sospesa che il malware inizia a registrare le proprie chiavi, così che ogni richiesta successiva venga approvata in automatico.
La variante più pericolosa porta il nome di golden e, stando ai ricercatori, è quella che espone la quantità maggiore di dati sensibili. Il problema riguarda il processo di cifratura chiamato SDS, che finisce per lasciare tracce nei log di Chrome. Anche dopo che Google ha rimosso la falla, alcune informazioni continuano a persistere nella memoria di processo del browser. Il malware può quindi estrarre i dati semplicemente analizzando la memoria di Chrome e recuperare l’intero archivio delle passkey sincronizzate.
Quest’ultimo metodo è considerato il più preoccupante di tutti, perché rende decifrabili con facilità anche tutte le passkey che verranno generate in futuro. L’SDS sottratto funziona come una sorta di chiave universale, capace di aggirare la protezione di ogni nuova passkey creata dopo. L’unico modo per fermare questa esposizione è generare un nuovo SDS da zero.
Il report precisa che il primo dei metodi descritti ha funzionato concretamente solo su eBay, perché la piattaforma non verificava correttamente l’indicatore che segnala se la verifica dell’utente fosse davvero avvenuta. Altri servizi coinvolti non sono stati resi noti, ma il gruppo di ricerca afferma di averli comunque contattati. Le altre tecniche, invece, riescono ad aggirare del tutto la fase di verifica, il che le rende potenzialmente più rischiose. Nonostante la gravità di quanto emerso, i ricercatori tengono a chiarire che le passkey non sono diventate all’improvviso meno sicure delle password tradizionali. Anzi, continuano a eliminare un’ampia gamma di vulnerabilità tipiche dei vecchi sistemi basati su credenziali testuali. Il punto debole individuato riguarda in modo specifico la configurazione iniziale e la gestione della memoria di processo di Chrome, aspetti che restano esposti soltanto in presenza di un’infezione malware già attiva sul dispositivo.










