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Bennu, la polvere dell’asteroide svela il ruolo di Giove

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Tra i pochissimi corpi celesti da cui l’umanità sia riuscita a prelevare materiale, Bennu continua a rivelarsi molto più interessante di quanto il suo aspetto anonimo lasciasse immaginare. L’analisi della polvere cosmica raccolta su questo asteroide racconta infatti una storia di mescolamento: granelli nati nelle zone più calde e interne del sistema solare convivono con materiale che si è formato molto più lontano, là dove il freddo domina. E qualcosa, in quel caos primordiale, deve avere rimescolato le carte. Il sospettato principale porta un nome pesante, Giove.

Una miscela che non dovrebbe stare insieme

Il punto curioso è proprio questo. Il materiale che compone Bennu non arriva da un solo indirizzo. Dentro i campioni convivono componenti tipiche del sistema solare interno, quella regione più vicina alla nostra stella dove le temperature erano alte e dove si sono formati i pianeti rocciosi, e componenti che invece hanno tutte le caratteristiche del sistema solare esterno, la zona dei giganti gassosi e dei ghiacci.

Due mondi diversi, due chimiche diverse, finiti nello stesso sasso. È come trovare nello stesso cassetto oggetti provenienti da due continenti che non si sono mai parlati. E la domanda diventa inevitabile: chi ha fatto il trasloco? L’ipotesi più solida chiama in causa la gravità di Giove, un pianeta abbastanza massiccio da perturbare orbite, spostare detriti e rimescolare interi settori del disco di polvere e gas da cui tutto è nato. Un mescolatore su scala planetaria, insomma, capace di spingere materiale ghiacciato verso l’interno e di lanciare frammenti rocciosi verso l’esterno.

Perché un asteroide dice qualcosa sulla Terra

C’è un motivo preciso per cui gli scienziati inseguono oggetti come questo invece di accontentarsi dei meteoriti che cadono da soli sul nostro pianeta. I meteoriti attraversano l’atmosfera, si scaldano, si contaminano, restano esposti all’umidità e ai microbi terrestri per anni prima di finire in laboratorio. Un campione prelevato direttamente nello spazio, sigillato e riportato a casa con tutte le precauzioni del caso, è un’altra cosa. È materiale quasi incontaminato, congelato in uno stato che risale alle origini.

E qui sta il valore della scoperta. Capire come si è assemblato Bennu significa capire meglio i meccanismi che hanno assemblato anche il resto, compresa la formazione della Terra. I mattoni che hanno costruito il nostro pianeta sono arrivati tutti dalla stessa zona oppure anche la Terra è il risultato di un impasto tra materiale interno ed esterno? La presenza di questa doppia firma in un asteroide suggerisce che il sistema solare primordiale fosse molto meno ordinato di quanto certi schemi da manuale facciano pensare.

Il quadro che emerge somiglia più a una cucina caotica che a una catena di montaggio. Polveri, ghiacci e frammenti rocciosi spostati avanti e indietro, aggregati e riaggregati, finché non si sono formati corpi abbastanza grandi da restare stabili. Gli asteroidi come questo sono in pratica gli avanzi di quel processo, pezzi che non sono mai diventati pianeti e che proprio per questo conservano la memoria di com’era il vicinato quattro miliardi e mezzo di anni fa.

Avere tra le mani anche solo pochi grammi di quella memoria cambia parecchio le regole del gioco. Le missioni di ritorno campioni restano rarissime e costose, ma ogni volta che ne arriva una i laboratori ottengono informazioni che nessun telescopio, per quanto potente, riuscirebbe a fornire. Bennu, in questo senso, ha già raccontato qualcosa che non ci si aspettava di sentire.

Fonte: TecnoAndroid

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