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Le regole del gioco per Google cambiano ancora, e stavolta il punto è l’installazione degli app store alternativi dentro il Play Store. L’azienda ha scelto di rispettare l’ingiunzione emessa a ottobre 2024, aprendo agli utenti statunitensi la possibilità di scaricare negozi di applicazioni concorrenti direttamente dalla sua vetrina. Il primo ad approfittarne è stato Aptoide Games. Solo che il percorso, secondo il giudice James Donato, è ancora troppo tortuoso, e va ripulito da schermate e passaggi che non servono a nulla.
L’ingiunzione, va ricordato, non riguarda soltanto la presenza degli store di terze parti. Chiede anche l’accesso all’intero catalogo di applicazioni, come uno dei rimedi pensati per riaprire la concorrenza nel mercato della distribuzione delle app su Android e nei sistemi di pagamento collegati. Aptoide si è mossa subito, sfruttando la finestra appena aperta. Epic Games, dal canto suo, sostiene che la procedura messa in piedi da Google resti troppo complicata per l’utente medio.
Cosa non funziona nella procedura attuale
Durante l’udienza in tribunale sono stati mostrati, uno per uno, i passaggi che servono oggi per completare l’installazione. E il quadro è abbastanza eloquente. Se qualcuno digita “store for apps”, “app store” oppure direttamente “aptoide” nella barra di ricerca del Play Store, tra i risultati non compare nessun negozio alternativo. Niente di niente.
Quello che appare, invece, è un banner nella parte alta della schermata, con un pulsante che porta a una sezione dedicata agli store di terze parti. Una specie di stanza separata, insomma. E una volta arrivati lì, accanto al nome dell’app store non c’è il classico “Install” ma un “View”, che aggiunge un ulteriore clic prima di arrivare al punto. Il giudice James Donato ha bollato tutti questi passaggi come superflui, ordinandone la rimozione. La richiesta è chiara: gli app store alternativi devono comparire tra i normali risultati di ricerca e l’installazione deve partire subito, senza deviazioni.
La difesa di Google e i tempi imposti dal tribunale
L’avvocato della società ha provato a spiegare la scelta sostenendo che gli store di applicazioni rappresentano una categoria particolare, dotata di permessi speciali rispetto a un’app qualsiasi. Un argomento che il magistrato non ha però ritenuto sufficiente a giustificare tutta quella architettura di schermate intermedie. Secondo Donato, l’avviso già presente nella pagina dedicata basta e avanza per informare chi sta scaricando.
Il termine fissato è stretto. Le modifiche vanno implementate entro una settimana, salvo ostacoli tecnici che si rivelino davvero insormontabili. Una formula che lascia pochissimo margine di manovra e che, di fatto, obbliga Google a rivedere in tempi rapidi il modo in cui presenta i negozi concorrenti all’interno della propria piattaforma.
Perché la questione conta più di quanto sembri
Il nodo, in fondo, è tutto lì. Rendere disponibile una funzione non equivale a renderla utilizzabile. Un’opzione nascosta dietro banner, sezioni separate e pulsanti dal nome ambiguo esiste sulla carta ma resta invisibile alla stragrande maggioranza delle persone, che semplicemente cerca un nome nella barra di ricerca e si aspetta di trovarlo. È esattamente il ragionamento che ha portato il tribunale a intervenire una seconda volta su un’ingiunzione già emessa.
Aptoide Games è oggi il caso concreto su cui misurare l’efficacia del provvedimento, ed è anche il primo test reale di quanto la distribuzione delle app su Android possa davvero aprirsi a soggetti diversi da Mountain View. Epic Games, che quella battaglia legale l’ha avviata, continua a monitorare ogni singolo dettaglio dell’implementazione, convinta che il diavolo si nasconda proprio nei passaggi intermedi dell’interfaccia. La settimana concessa da Donato dirà quanto di questa ripulitura arriverà effettivamente sugli schermi degli utenti statunitensi.










