In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Chi si aspettava un’applicazione vera, nativa, cucita addosso al sistema operativo, con Gemini per Windows rischia di restare deluso: quella che Google ha presentato come app per il desktop, alla prova dei fatti, somiglia molto più a una pagina web travestita che a un programma pensato davvero per il PC. L’entusiasmo dei primi giorni si è sgonfiato in fretta, sostituito da una certa amarezza diffusa tra chi l’ha installata sperando in qualcosa di più.
Il punto è tutto qui. Si apre l’icona, si fa l’accesso, e davanti compare l’assistente di intelligenza artificiale identico a come apparirebbe aprendo una scheda di Chrome. Stessi menu, stessa disposizione degli elementi, stesso comportamento. Non c’è una riga di interfaccia che suggerisca un lavoro di adattamento al mondo Windows. È una web app, punto, cioè un contenitore che carica una pagina del browser e la incornicia dentro una finestra separata.
Il consumo di RAM è il vero problema
La questione estetica, per quanto fastidiosa, sarebbe il male minore. Il guaio serio arriva quando si guarda il consumo di RAM. Anche stando completamente fermi, senza digitare nulla, senza chiedere nulla all’assistente, la finestra continua a occupare memoria in quantità difficili da giustificare. Nella prova effettuata il divario con la controparte per macOS è arrivato a essere di quattro volte. Quattro volte tanto, per mostrare la stessa identica cosa.
Su macOS, infatti, Google ha rilasciato già da tempo un’applicazione vera, integrata nel sistema operativo, che si comporta come ci si aspetta da un software desktop. Su Windows no. Il risultato è che chi lavora con più programmi aperti, chi tiene in piedi decine di schede, chi monta video o gestisce fogli di calcolo pesanti, si trova a cedere risorse preziose a un elemento che in fondo non aggiunge nulla rispetto al browser. E il rischio concreto è che a soffrirne siano perfino i laptop di fascia alta, quelli che teoricamente non dovrebbero avere problemi di memoria.
Grafica identica alla versione web
Mettendo affiancate la finestra dell’app e la versione web di Gemini, non si nota alcuna differenza degna di nota. Il motivo è tecnico ma semplice da capire: con l’accesso si apre di fatto un’altra istanza di Chromium, quindi è come avere due schede del browser una accanto all’altra. Una soluzione facilissima da sviluppare, questo va detto, ma anche piuttosto inutile per chi la deve usare tutti i giorni.
Resta il sospetto che si tratti di una scelta di comodo, un modo per presidiare il desktop Windows in attesa di qualcosa di più solido. Il paragone con l’esperienza su Mac rende il confronto impietoso, perché lì l’assistente si comporta come un cittadino a pieno titolo del sistema, mentre su Windows sembra un ospite di passaggio che si porta dietro tutto il peso del browser.
Per chi usa Gemini in modo occasionale, la differenza potrebbe passare inosservata. Una finestra in più sulla barra delle applicazioni, nulla di drammatico. Ma per chi ci lavora, per chi tiene l’assistente aperto per ore mentre fa altro, quel consumo di memoria costante diventa una zavorra reale, misurabile, che si traduce in rallentamenti e ventole che girano senza un motivo apparente.
La differenza tra una app nativa e una web app non è una sottigliezza da appassionati. Significa integrazione con le notifiche, con le scorciatoie da tastiera, con la gestione delle risorse del sistema, con tutto quello che rende un software parte dell’ambiente in cui gira invece che un corpo estraneo. Su Windows, per ora, di tutto questo non c’è traccia e l’assistente di Google si limita a replicare in una cornice diversa quello che già faceva dentro Chrome, chiedendo in cambio molta più memoria di quanta ne servirebbe.
Fonte: TecnoAndroid








