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I libri di autoaiuto insegnano concetti, spesso utili, a volte illuminanti, ma un buon film riesce a fare qualcosa di diverso: si incolla alla memoria e ci resta per sempre. Pensiamo a una rottura sentimentale, al dolore di vedere l’altra persona ricostruirsi una vita e sembrare più felice che mai. Sedersi davanti a Her, a Vite passate, all’ultimo Spider-Man o al vecchio Casablanca non cancella il problema dalla sera alla mattina, però qualcosa dentro si ricolloca. Il film non risolve, ma dimostra che nessuno è davvero solo e aiuta a elaborare la ferita.
Ed è questa la funzione autentica di una storia. Le lezioni teoriche si dimenticano in fretta, mentre una sceneggiatura ben costruita o un romanzo solido lasciano un segno duraturo. Un concetto astratto serve a poco se non si vede come ricade sulle emozioni e sulle vite degli altri.
Intorno al fuoco, la stessa esigenza di migliaia di anni fa
Il cinema è un’invenzione recente, però l’atto di stare al buio in una sala a guardare immagini in movimento è esattamente lo stesso gesto che compivano gli antenati decine di migliaia di anni fa. Molto prima degli schermi, gli esseri umani si radunavano attorno a un fuoco per ascoltare racconti. E non lo facevano per puro intrattenimento: raccontare storie era il principale strumento pedagogico disponibile, il modo per elaborare la paura e capire i pericoli del mondo senza dover sperimentare ogni tragedia sulla propria pelle.
Dalle pitture nelle caverne ai miti orali, dal teatro alla letteratura scritta, ogni mezzo ha sviluppato un linguaggio proprio per colpire la mente. Per questo il viaggio dell’eroe, dall’Odissea omerica fino a Star Wars o Il Signore degli Anelli, continua ad affascinare: assistere al percorso e alle sconfitte di altri prepara ad affrontare il proprio.
Il cinema porta questa tradizione al livello più alto, perché una buona sceneggiatura funziona come una macchina per generare empatia. Quando uno sceneggiatore costruisce un personaggio complesso e lo fa soffrire, la connessione è immediata. Se il testo è superficiale, si percepisce subito l’artificio. Quando invece è eccellente, inganna la mente e permette di vivere mille vite diverse, imparando dagli errori degli altri senza pagarne il prezzo.
Le tre scritture del cinema, dalla carta allo schermo
Perché un racconto emozioni davvero sullo schermo, deve essere scritto tre volte di seguito. Ogni fase aggiunge un linguaggio che riscrive e trasforma la storia. La prima scrittura è la sceneggiatura, il nucleo di qualsiasi film. Si può avere il budget più alto, le macchine da presa migliori e un cast di stelle: se la base non tiene, tutto crolla. Scrivere bene non significa mettere dei personaggi a scambiarsi battute brillanti, perché la narrazione audiovisiva è una faccenda piuttosto matematica. Richiede di seminare informazioni in modo invisibile nel primo atto perché esplodano nel terzo, decidendo cosa nascondere allo spettatore per creare mistero e cosa mostrargli per creare suspense.
Alfred Hitchcock lo spiegava con chiarezza: una bomba sotto il tavolo che esplode di colpo regala uno spavento di pochi secondi, mentre una bomba mostrata al pubblico e ignota ai personaggi produce quindici minuti di tensione insopportabile. In Parasite, Bong Joon-ho introduce un dettaglio innocuo, l’allergia alle pesche di un personaggio, per trasformarlo poco dopo in un’arma drammatica.
Non è un caso che i migliori autori abbiano scritto i propri film. Ingmar Bergman dava forma fisica alla paura della morte mettendo il protagonista de Il settimo sigillo a giocare a scacchi con la Morte. Quentin Tarantino, nell’apertura di Bastardi senza gloria, costruisce quindici minuti asfissianti parlando di bicchieri di latte. Ex Machina tiene in piedi un thriller psicologico con tre personaggi in una casa isolata, giocando su ciò che si dicono e ciò che tacciono.
La seconda scrittura è la regia, cioè tradurre il testo nello spazio fisico, guidare gli attori, fare i conti col budget. Una regia può sollevare un copione mediocre o distruggerne uno ottimo. A volte l’anima del film si trova improvvisando sul set, come quando Martin Scorsese isolò Robert De Niro in Taxi Driver e ne uscì il celebre «You talkin’ to me?».
La terza scrittura avviene in sala di montaggio, dove il film nasce per davvero. Lì si impone il ritmo, si alterano i tempi, e un monologo brillante di due pagine sparisce con un taglio perché lo sguardo dell’attore racconta meglio. Unire due frammenti di tempo diversi per creare un significato nuovo è un’arte esclusiva del cinema. Il finale di Star Wars: Una nuova speranza ne è la prova, dato che nella sceneggiatura originale di George Lucas non esisteva nessun conto alla rovescia nella battaglia finale: quella tensione la inventarono Marcia Lucas e la sua squadra, tagliando e incollando tempo.
L’industria audiovisiva è avanzata a una velocità enorme negli ultimi vent’anni, ma tutti questi strumenti meravigliosi non servono a nulla se al centro non c’è una buona storia. Quando il film comincia, la tecnologia passa in secondo piano, e si torna a essere gli stessi esseri umani di decine di migliaia di anni fa, seduti attorno a un fuoco in silenzio, in attesa di un racconto da cui imparare qualcosa.
Fonte: TecnoAndroid








