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Suno accusata da Sony e Universal: 60.202 brani nel mirino

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Un’altra causa legale si abbatte su Suno, la piattaforma di generazione musicale con intelligenza artificiale finita di nuovo nel mirino di Sony Music Entertainment e Universal Music Group. Le due etichette sostengono che anche i nuovi modelli v6, quelli presentati come frutto di accordi di licenza, violino il loro copyright. E il punto della contestazione è tutt’altro che marginale, perché riguarda il modo stesso in cui quei modelli sarebbero stati addestrati.

La versione raccontata finora dall’azienda era piuttosto lineare. I modelli v6 sono i primi arrivati dopo la firma delle intese con Warner Music Group e BMG, quindi costruiti su materiale concesso in licenza. Le due major, però, hanno letto con attenzione le dichiarazioni pubbliche di Suno e si sono concentrate su un passaggio preciso, quello in cui si ammette che l’addestramento ha riguardato anche le “interazioni” degli utenti con il servizio.

Suno accusata: il nodo delle interazioni degli utenti

Secondo Sony Music e UMG, dietro quella formula si nasconde qualcosa di molto più concreto, ovvero gli output e i segnali di preferenza derivati dai modelli precedenti. Modelli che, a loro dire, erano stati costruiti copiando registrazioni senza alcuna autorizzazione. Tradotto in termini semplici, l’accusa è che Suno abbia trovato una strada indiretta per far confluire nei nuovi sistemi ciò che aveva già assorbito in passato. Una specie di riciclo tecnico, insomma, che non cancellerebbe il problema originario.

Su questa base, le due società calcolano una violazione che riguarderebbe almeno 60.202 registrazioni sonore. La cifra non è messa lì a caso, perché secondo la legge statunitense sul diritto d’autore l’esposizione economica arriverebbe fino a circa 8 miliardi di euro di danni. A cui si aggiungerebbero fino a 2.300 euro per ogni volta in cui l’azienda avrebbe aggirato le protezioni anti download di YouTube per raccogliere brani.

La replica di Suno e il precedente del data leak

L’azienda, prevedibilmente, respinge tutto. In una dichiarazione ha definito le accuse “fondamentalmente viziate sia nei fatti sia nel diritto”, ribadendo che “Suno esiste perché più persone possano creare nuova musica”. Nella stessa nota si legge che negli ultimi due anni la società ha rafforzato questo obiettivo, lanciando v6 in collaborazione con WMG, BMG e Believe, e che il modello è stato addestrato su contenuti licenziati dai partner, sulle interazioni della community comprese creazioni e segnali di preferenza, e sulle competenze accumulate dal team interno. Chiusura in chiave ottimistica, con l’auspicio di un futuro in cui intelligenza artificiale e industria musicale si rafforzino a vicenda costruendo nuove esperienze per artisti, fan e pubblico.

Il contesto, però, pesa. Questa causa si innesta su una precedente azione legale portata avanti da Sony Music, UMG e WMG contro la stessa società. E soprattutto arriva dopo un episodio scomodo, ovvero l’attacco informatico ai dati di Suno avvenuto nel luglio 2026, che aveva mostrato come l’azienda avesse raccolto milioni di brani e testi da piattaforme come YouTube Music, Deezer e Genius per addestrare i modelli più vecchi.

La strategia del fair use e il cambio di rotta

Fino a quel momento la difesa si era retta sul concetto di fair use, la dottrina statunitense che in certi casi consente l’uso di materiale protetto senza autorizzazione. Poi qualcosa è cambiato. Insieme al debutto di v6, l’azienda ha chiuso il supporto ai modelli precedenti, una mossa che lascia intuire come un prodotto addestrato su materiale licenziato venga considerato più difendibile agli occhi dei critici.

Resta il fatto che, se un giudice dovesse accogliere la lettura delle case discografiche su come i nuovi modelli sono stati effettivamente costruiti, quel taglio netto con il passato potrebbe non bastare a mettere al riparo la società.

Fonte: TecnoAndroid

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