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Ferrari F40, il gioiello della collezione da 200 auto di Bouvard

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Tra le duecento automobili parcheggiate nel garage di Philippe Bouvard, la Ferrari F40 era il pezzo che valeva da solo tutta la collezione. Un giornalista, non un industriale né un ereditiero, capace di mettere insieme una raccolta di supercar che farebbe invidia a molti musei. La passione, del resto, non guarda in faccia a nessuno, e certe emozioni si possono soltanto vivere, come amava ripetere Enzo Ferrari.

La storia di Philippe Bouvard comincia male, o almeno comincia con una porta sbattuta in faccia. Nel 1948 entra alla scuola superiore del giornalismo di Parigi e pochi mesi dopo viene espulso, giudicato poco adatto al mestiere. Una bocciatura che, col senno di poi, suona quasi comica. Perché quell’uomo il suo impero se lo è costruito lo stesso, mattone dopo mattone, fino ad arrivare nel 1987 alla direzione generale del quotidiano France-Soir e poi a diventarne azionista principale.

Un giornalista con il piede pesante

Difficile immaginare oggi un percorso simile. Bouvard, creatore di Les Grosses Têtes, chiudeva la giornata di lavoro e andava a farsi un giro con i suoi bolidi, quasi fosse la cosa più normale del mondo. La collezione di supercar messa insieme negli anni conta duecento esemplari, numeri che raccontano una dedizione lunga decenni e acquisti tutt’altro che casuali. Il modello di punta, quello che svettava su tutti gli altri, era proprio la F40.

I numeri della sua carriera aiutano a capire da dove arrivassero i mezzi per permettersi tutto questo. Oltre 60.000 articoli scritti, più di 15.000 programmi radiofonici e televisivi presentati. Una macchina da lavoro instancabile, mossa da curiosità e da un gusto molto preciso per le cose belle. E la F40 di cose belle ne concentra parecchie, essendo l’ultima Ferrari approvata personalmente da Enzo Ferrari e, secondo molti, uno dei modelli più riusciti mai usciti da Maranello.

Perché la F40 resta un mito assoluto

Erede della 288 GTO Evoluzione, la vettura è stata prodotta in diverse declinazioni dal 1987 al 1998. Il disegno porta la firma dello studio Pininfarina, dove hanno lavorato Aldo Brovarone e Leonardo Fioravanti sotto la guida di Nicola Materazzi. Quest’ultimo si è occupato del motore, del cambio e di buona parte della componentistica tecnica. Nasceva così la prima hypercar della storia della Casa modenese, pensata per celebrare i quarant’anni di attività dell’azienda.

Sul piano costruttivo la ricetta era estrema. Telaio a traliccio tubolare in acciaio, vasca abitacolo con pannelli scatolati di rinforzo in materassino di kevlar e fibra di kevlar con resina epossidica. Materiali che nel decennio degli anni Ottanta sapevano di fantascienza applicata alle quattro ruote. Sotto il cofano il celebre motore V8 da 2.936 centimetri cubici, sovralimentato con due turbocompressori IHI, distribuzione a doppio albero a camme in testa per bancata, quattro valvole per cilindro e due iniettori per cilindro.

I risultati parlano da soli. La potenza dichiarata era di 478 cavalli, lo scatto da 0 a 100 km/h si esauriva in appena 4,10 secondi e la velocità massima toccava i 324 km/h. Numeri che le valsero il titolo ufficiale di auto più veloce al mondo, primato tenuto fino all’arrivo della Bugatti EB110. Al volante le sensazioni erano quelle di una vera vettura da corsa, senza filtri, senza aiuti elettronici a smussare gli spigoli.

Una macchina così, dentro un garage da duecento esemplari, dice molto anche di chi l’aveva scelta. Bouvard non collezionava per riempire uno spazio, sceglieva pezzi che raccontassero qualcosa. E la Ferrari F40, ultima creatura benedetta dal Drake, racconta l’idea stessa di automobile sportiva portata al limite.

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