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I droni sottomarini del programma Argo stanno per spingersi dove finora nessuno strumento automatico era riuscito ad arrivare con continuità, e l’obiettivo dichiarato è coprire oltre il 98 per cento del volume degli oceani entro il 2028. Un traguardo che sembra tecnico e freddo, ma che in realtà riguarda da vicino la comprensione del clima, perché più del 70 per cento del pianeta è coperto dall’acqua e di tutto quello che c’è sotto la superficie se ne conosce ancora pochissimo. Appena il 5 per cento dell’oceano risulta esplorato.
Oggi la stragrande maggioranza dei dati oceanici arriva proprio dal programma Argo, una collaborazione internazionale nata nel 1999 che tiene in mare circa 4.000 galleggianti per la raccolta dati. Il problema è la profondità. La gran parte di questi strumenti scende tra i 2.000 e i 4.000 metri, mentre il 10 per cento del riscaldamento oceanico avviene sotto quella soglia. Tradotto: una fetta importante del fenomeno resta semplicemente invisibile agli strumenti.
Argo Deep 6000: la sfida della zona abissale
Quest’anno Ifremer, l’agenzia oceanografica statale francese, ha comunicato che i suoi due prototipi Deep 6000 hanno completato cinque immersioni a 6.000 metri, quasi 20.000 piedi, tra l’11 gennaio e il 2 febbraio. Dati raccolti nella zona abissale, quella parte di oceano che di solito compare solo nei documentari. Con queste missioni la Francia diventa il terzo Paese al mondo, dopo Cina e Stati Uniti, ad avere galleggianti Argo capaci di arrivare tanto in basso.
Il motivo per cui questi fondali restano poco studiati è molto concreto e si chiama pressione. Ogni 10 metri di profondità aggiungono circa un’atmosfera, quindi a 6.000 metri la pressione è all’incirca 600 volte quella che si registra a livello del mare. Qualsiasi macchina, lì sotto, rischia di collassare. Oltre il 90 per cento dell’oceano è considerato oceano profondo, cioè oltre i 200 metri, e la parte più estrema è rimasta a lungo fuori portata per limiti puramente tecnologici.
“La sfida principale è stata progettare un sistema in grado di resistere alle pressioni delle grandi profondità, autosufficiente dal punto di vista energetico per restare operativo per sette anni e con costi sotto controllo”, ha spiegato Xavier André, responsabile dello sviluppo delle tecnologie per i profilatori di Ifremer.
La soluzione è passata dai materiali. Gli scafi dei prototipi Deep 6000 non sono in puro titanio ma in materiali compositi, e il peso è salito a circa 40 chili, più o meno il doppio di un galleggiante Argo tradizionale. Più massa, più resistenza.
Come lavorano i galleggianti e cosa misurano
Il ciclo di lavoro di questi droni oceanici è regolare quasi come un orologio. Dieci giorni per volta. Il dispositivo viene rilasciato da una barca, scende a una quota di deriva dove resta nove giorni, poi si abbassa ulteriormente fino alla profondità di profilo per circa tre ore. A quel punto risale in superficie e trasmette via satellite tutto quello che ha raccolto. Poi ricomincia, finché la batteria regge, di solito intorno ai 150 cicli distribuiti su tre o cinque anni.
I dati raccolti riguardano salinità, temperatura, ossigeno e pressione dell’acqua. Servono ai centri meteorologici e climatici per capire come si comporta l’oceano mentre si scalda, e alimentano le previsioni su fenomeni come i monsoni, l’innalzamento del livello del mare e la circolazione oceanica. I 4.000 galleggianti attivi producono più di 100.000 profili di temperatura e salinità ogni anno, e tutti i dati Argo sono disponibili online gratuitamente.
Entro il 2028 altri 30 galleggianti per grandi profondità si aggiungeranno alla flotta internazionale. Gli Stati Uniti ne gestiscono già oltre 100, la Cina più di trenta.
Virginie Thierry, oceanografa fisica di Ifremer, ha sottolineato che i nuovi Deep 6000 permetteranno di seguire il riscaldamento dell’oceano fino alle profondità abissali. “Potremo anche ottenere informazioni sulla circolazione oceanica profonda”, ha detto, “che contribuisce all’immagazzinamento di segnali climatici come calore e carbonio negli abissi, e affinare i modelli di previsione oceanica. Argo è un esempio di cooperazione internazionale davvero notevole, con più di 60 Paesi che vi contribuiscono.”
Fonte: TecnoAndroid








