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La cosiddetta cloud repatriation è diventata una delle espressioni più citate nelle riunioni dei responsabili IT, e indica il percorso con cui un’azienda riporta applicazioni o dati dal cloud pubblico verso infrastrutture private, server propri oppure hosting dedicato. Il nome però inganna un po’, perché quasi nessuno sta davvero chiudendo la porta alla nuvola. Per anni database e capacità di calcolo hanno lasciato i server aziendali per finire dentro giganteschi data center, oggi una parte di quel traffico percorre la strada inversa e le imprese scelgono caso per caso dove conviene far girare ciascun servizio. I motivi sono diversi, dai costi alle prestazioni, dall’intelligenza artificiale alla sovranità dei dati.
Il numero più utile per misurare il fenomeno arriva dal report State of the Cloud 2026 di Flexera, costruito su 753 professionisti e responsabili delle strategie cloud in tutto il mondo. Nel 2025 le organizzazioni intervistate avevano riportato fuori dal cloud pubblico il 21% dei workload, cioè l’insieme di applicazioni, dati e risorse che servono a far funzionare una specifica attività aziendale. Nel 2026 la quota è salita al 23%. Tradotto, per ogni cento carichi trasferiti nella nuvola, circa 23 hanno poi cambiato destinazione. E il modello che li accoglie è chiaro, visto che il 73% delle organizzazioni lavora ormai con un cloud ibrido, una combinazione di risorse pubbliche e infrastrutture private.
Metà delle grandi imprese ha già spostato qualcosa
Guardando solo alle aziende di dimensioni maggiori i numeri si alzano parecchio. Il Private Cloud Outlook 2026 di Broadcom, realizzato su 1.800 responsabili IT senior di imprese con almeno mille dipendenti in otto Paesi, rileva che il 50% ha già riportato almeno alcuni carichi dal public cloud verso un private cloud, e che l’83% di questi sta valutando ulteriori trasferimenti. Dodici mesi prima la quota di chi aveva già completato almeno un rimpatrio era al 35%, quindi il salto vale circa 15 punti percentuali. Broadcom possiede VMware e opera nel mercato delle infrastrutture private, il che suggerisce una certa cautela, ma la direzione trova conferma anche nei dati di Flexera e Uptime Institute, raccolti con campioni e metodi diversi.
Proprio Uptime Institute aiuta a distinguere il rimpatrio da una vera uscita. Nella Capacity Trends and Cloud Survey 2024, pubblicata nel 2025, il 36% delle organizzazioni che avevano spostato applicazioni altrove ha dichiarato una riduzione dell’uso del public cloud, e di queste il 22% l’ha definita significativa. Solo il 3% aveva smesso del tutto di usare servizi di cloud pubblico.
Il conto che non torna e il peso dell’intelligenza artificiale
La ragione numero uno resta il costo. Il cloud pubblico funziona benissimo quando serve capacità elastica, da aumentare durante un picco e ridurre quando il traffico cala. L’equazione si rovescia quando un’applicazione consuma una quantità elevata e prevedibile di risorse ventiquattr’ore al giorno per anni, perché lì la bolletta cresce senza sosta tra processori, memoria, archiviazione e trasferimento dati. Uptime Institute registra che il 64% di chi ha spostato applicazioni fuori dal public cloud cita spese superiori alle attese, il 33% prestazioni deludenti e il 28% obblighi normativi. Flexera aggiunge che nel 2026 le aziende stimano sprecato il 29% della spesa per Infrastructure as a Service e Platform as a Service, dato tornato a salire dopo cinque anni di discesa, mentre il 68% mette l’ottimizzazione dei costi tra le priorità dell’anno.
Poi c’è l’intelligenza artificiale, che sposta ancora gli equilibri. Secondo Broadcom il 56% delle imprese usa o prevede di usare il private cloud per l’inferenza in produzione, mentre la quota di chi prevede di affidarsi al public cloud per le stesse attività è scesa dal 56% al 41% in un anno. Tra chi sta rimpatriando, il 43% sposta attività legate ad addestramento dei modelli, grandi modelli linguistici e inferenza. Dietro c’è la questione delle GPU, ottime da affittare per un picco temporaneo, molto meno convenienti se usate a pieno regime per anni.
In Europa pesa anche la sovranità dei dati
Nel continente si aggiunge il tema del controllo fisico e giuridico delle informazioni. Broadcom rileva che quattro responsabili IT su cinque considerano la geopolitica un fattore capace di orientare le scelte tecnologiche, e il 54% di questi indica sovranità e residenza dei dati come elemento rilevante. Significa sapere in quale Paese stanno le informazioni, quale legge si applica e chi controlla davvero l’infrastruttura, una questione decisiva per pubbliche amministrazioni, sanità, banche, difesa e chi gestisce proprietà intellettuale. Intanto Gartner stima che la spesa mondiale per i servizi di public cloud tocchi circa 950 miliardi di euro nel 2026, con una crescita del 20,9%.
Fonte: TecnoAndroid








