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Non capita spesso che una delle aziende più grandi del pianeta ammetta di non sapere come arrivare al traguardo che si è data, eppure sulle emissioni di carbonio Amazon ha fatto esattamente questo. La responsabile della sostenibilità del gruppo, Kara Hurst, ha spiegato durante un evento organizzato da Axios che la società continua a puntare al net zero entro il 2040, ma senza avere ancora chiara la strada. Parole sue: non si metterà lì a dire di conoscere tutti i modi in cui ci arriveranno. Una dichiarazione sincera, senza dubbio. Anche piuttosto realistica, se si guarda alla complessità della macchina. Però lascia un retrogusto amaro, perché se un colosso con quelle risorse non ha un piano di decarbonizzazione completo, viene spontaneo chiedersi chi ce l’abbia.
Il peso specifico di Amazon e la questione della responsabilità
I numeri aiutano a inquadrare la faccenda. Il fatturato dell’ultimo esercizio è cresciuto del 12 per cento arrivando a circa 660 miliardi di euro, una cifra paragonabile all’intera economia irlandese. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha fatto notare più volte come il potere si sia spostato dai governi verso un pugno di grandi società, e la traiettoria di Amazon è forse l’esempio più chiaro di questo passaggio.
Dove va il potere, di solito, va anche la responsabilità. Quanta ne debba portare un’azienda privata resta materia di dibattito, e Hurst ha provato a smarcarsi dalla contrapposizione più netta: non è una partita tra imprese e istituzioni, ha spiegato, perché affrontare il cambiamento climatico alla scala richiesta serve entrambe le parti, e serve che collaborino. Dove possono guidare, ha aggiunto, lo fanno. Va detto che l’azienda qualcosa ha fatto. Da diversi anni consecutivi figura tra i maggiori acquirenti mondiali di energia pulita, con un portafoglio da 42 gigawatt. Hurst ha citato anche il calo dell’intensità carbonica, cioè quanto inquinamento viene generato per ogni euro di ricavi, anche se il dato dipende molto da quale finestra temporale si sceglie. Nell’ultimo anno quell’indicatore è salito rispetto al 2024, pur restando sotto i livelli del 2022.
La centrale a gas che complica tutto
Il problema, per un’azienda così ramificata, è che le emissioni si spalmano su quasi ogni settore economico immaginabile. Aviazione, intelligenza artificiale, agricoltura, edilizia. Servono fornitori allineati ovunque, e Hurst lo ha riconosciuto senza giri di parole dicendo che non è qualcosa che possono fare da soli. Sugli impegni presi, però, la posizione resta ferma: la società si considera responsabile dell’obiettivo del Climate Pledge, net zero entro il 2040, e quel traguardo non è cambiato.
Poi ci sono le scelte che vanno nella direzione opposta. Nel corso di quest’anno è emerso il progetto per una centrale a gas naturale da 7,65 gigawatt destinata ad alimentare un campus di data center per l’intelligenza artificiale. Le 35 turbine previste potrebbero rilasciare fino a 33 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, il che la renderebbe la più grande singola fonte di quel tipo di inquinamento negli Stati Uniti.
È il punto in cui la crescita dei ricavi e gli impegni climatici si scontrano, e di solito si sa già chi vince. Per chi gestisce il maggiore servizio cloud del mondo, l’AI rappresenta un motore di fatturato a cui evidentemente non si può rinunciare. Nel settore delle tecnologie pulite per anni si è coltivata l’idea che, man mano che l’energia rinnovabile diventava più economica, il mercato avrebbe fatto il suo lavoro abbassando le emissioni per conto proprio. Qualche storia di successo c’è stata. Ma la corsa all’intelligenza artificiale ha mostrato i limiti di quel ragionamento, visto che perfino uno dei protagonisti del settore ha puntato forte sul gas naturale, spostando di fatto il problema sulle generazioni di dirigenti che verranno.
Fonte: TecnoAndroid








