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Gli xenobot nati da cellule di rana morta stanno costringendo la biologia a rivedere una delle sue certezze più solide, cioè l’idea che la morte dell’organismo coincida con la fine di tutto ciò che lo compone. Un gruppo di ricercatori americani ha passato al setaccio decine di studi per capire cosa accade davvero alle cellule quando il corpo che le ospitava smette di funzionare, e il quadro che ne esce è parecchio diverso da quello che si insegna di solito. Perché in alcuni casi le cellule non si limitano a spegnersi lentamente. Fanno altro.
Nei laboratori della Tufts University, in Massachusetts, alcune cellule prelevate da embrioni di rana deceduti hanno mostrato un comportamento che ha poco a che vedere con il semplice sopravvivere. Si parla di tessuto cutaneo, quindi materiale che nel corpo originario aveva un compito preciso e piuttosto banale, fare da rivestimento. Private ormai da giorni di qualsiasi collegamento con l’organismo di partenza, quelle cellule di rana morta hanno iniziato a muoversi. Poi a riorganizzarsi. Poi a comportarsi come se fossero un essere vivente autonomo, con una propria logica interna.
Cosa sono davvero gli xenobot
Il risultato di quel riassemblaggio spontaneo sono piccoli organismi multicellulari che i ricercatori hanno battezzato appunto xenobot. Non sono rane in miniatura, non sono robot nel senso classico del termine e non sono nemmeno colonie di cellule che tirano avanti per inerzia. Sono qualcosa di nuovo, formato da materiale biologico che aveva già un destino scritto e che, una volta liberato dai vincoli dell’organismo originario, ha imboccato una strada diversa.
È il punto che rende la faccenda interessante anche per chi non mastica biologia molecolare. Le cellule cutanee di un embrione di rana, nel corso normale delle cose, sarebbero diventate pelle e basta. Nel momento in cui l’organismo cessa di esistere, però, quelle stesse cellule si ritrovano senza istruzioni dall’alto. E invece di limitarsi a degradarsi, cooperano tra loro dando vita a una struttura che si muove nello spazio. Una specie di seconda possibilità che nessuno aveva previsto nel copione.
Il confine tra vita e morte diventa meno netto
L’analisi condotta dai ricercatori americani parte proprio da qui, dal fatto che decine di lavori scientifici indipendenti raccontano storie simili. La morte dell’organismo viene comunemente trattata come un interruttore, acceso o spento, vivo o non vivo. I dati raccolti suggeriscono invece una zona grigia molto più ampia di quanto si pensasse, dove parti del corpo continuano a funzionare, a comunicare e in certi casi a riorganizzarsi in forme completamente inedite.
Il tessuto cutaneo studiato alla Tufts University è l’esempio più visibile di questo scarto tra teoria e osservazione. Giorni dopo il decesso dell’embrione, senza sistema nervoso a coordinare nulla e senza alcun segnale proveniente da un organismo intero, le cellule hanno trovato da sole un modo per stare insieme e per spostarsi. Un comportamento che nessuna programmazione genetica classica aveva messo in conto, visto che quelle cellule non avrebbero mai dovuto fare nulla del genere.
Il lavoro dei ricercatori americani mette insieme questi pezzi sparsi e prova a dargli una cornice unica, mostrando come la riorganizzazione cellulare dopo la morte non sia un’eccezione isolata di un laboratorio del Massachusetts ma un fenomeno documentato in più contesti. Gli xenobot restano l’esempio più eclatante, piccoli aggregati di materia viva che continuano a muoversi molto dopo che l’organismo da cui provengono ha smesso di farlo.










