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Vibe coding nella PA: perché i canoni software non calano

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Nel mondo del software PA c’è una contraddizione che salta all’occhio di chiunque legga una fattura di un ente locale: l’intelligenza artificiale sta abbassando tempi e costi di sviluppo, ma i canoni annuali dei gestionali restano lì, fermi, quando addirittura non salgono. Il vibe coding, cioè la scrittura di codice assistita dai modelli generativi, viene raccontato come la leva che accorcia i progetti e riduce il lavoro ripetitivo. Eppure nei contratti dei comuni e degli enti territoriali quella riduzione, per ora, non si vede quasi mai tradotta in numeri. La tentazione, a quel punto, è quella di alzare la voce e chiedere uno sconto. Ma è proprio qui che il ragionamento rischia di inciampare. Perché un canone non è un blocco unico, è la somma di voci diverse, alcune delle quali con lo sviluppo del codice hanno poco o nulla a che fare. E se non si distinguono quelle voci, qualsiasi trattativa finisce per essere un braccio di ferro al buio.

Cosa c’è davvero dentro un canone

Quando un ente firma per un applicativo gestionale, non compra soltanto righe di codice. Paga la disponibilità del servizio, l’assistenza, gli adeguamenti alle norme che cambiano, la continuità nel tempo. La parte di sviluppo software in senso stretto è solo un pezzo del totale, e non sempre il più pesante. Ecco perché l’arrivo dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi dei fornitori non si riflette in automatico su quanto viene fatturato ogni anno. Il punto, semmai, è un altro. Se una tecnologia riduce il costo di produzione di una componente, quel risparmio dovrebbe emergere da qualche parte. Magari non come taglio secco del canone, ma come maggiore quantità di servizio a parità di spesa, come tempi di intervento più rapidi, come rilasci più frequenti. La domanda corretta, insomma, non è “quanto si può scontare”, ma “quale parte del prezzo dipende da attività che oggi costano meno”.

La trattativa cambia se cambiano le domande

Nella PA locale il tema è particolarmente sentito perché gli enti piccoli hanno poco potere negoziale e spesso nessuna struttura tecnica interna capace di leggere criticamente un capitolato. Si rinnova quello che c’è, si aggiorna l’importo secondo gli indici, si tira avanti. Un meccanismo comprensibile, ma che rende invisibile qualunque evoluzione tecnologica avvenuta a monte, dalla parte del fornitore.

Rendere trasparente la composizione del canone sarebbe già un passo avanti notevole. Sapere quanto pesa l’assistenza, quanto la manutenzione correttiva, quanto gli adeguamenti normativi e quanto lo sviluppo evolutivo permetterebbe di capire dove l’AI incide e dove invece resta ininfluente. Senza quella scomposizione, ogni discussione sul prezzo si riduce a percezioni contrapposte, con l’ente convinto di pagare troppo e il fornitore convinto di lavorare sottocosto.

C’è poi una questione di aspettative. Il vibe coding viene presentato come una scorciatoia potentissima, ma nei contesti pubblici la scrittura del codice è solo una delle fasi. Prima ci sono l’analisi dei processi, l’interpretazione delle norme, il confronto con gli uffici. Dopo arrivano i test, la messa in esercizio, la formazione del personale, la gestione dei dati storici. Tutto lavoro che un modello generativo può supportare, ma non cancellare.

La pressione sui canoni software continuerà a crescere, anche perché la narrazione sull’efficienza dell’AI è ormai entrata nel dibattito pubblico e gli amministratori se ne accorgono. Chi gestisce gli acquisti negli enti si troverà sempre più spesso a dover giustificare importi che sembrano scollegati da un mercato in movimento. Il modo per uscirne non passa da uno sconto chiesto a voce alta, ma da contratti che dicano con precisione cosa viene pagato e perché quella cifra ha ancora senso oggi.

Fonte: TecnoAndroid

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