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Assassin’s Creed Brotherhood è ancora oggi il vero schema segreto dietro quasi tutti gli open world firmati Ubisoft, e basta rigiocarlo mezz’ora per accorgersene. Torri da scalare, mappe che si aprono un pezzo alla volta, avamposti da ripulire: quella grammatica lì nasce tra i vicoli di Roma e da allora non se n’è più andata, migrando di serie in serie, di genere in genere, con una costanza quasi ostinata.
Il primo Assassin’s Creed aveva messo giù le fondamenta, ma più come dimostrazione tecnologica che come gioco compiuto. Altaïr Ibn La’Ahad nel passato e Desmond Miles nel presente avevano poco da dire e ancora meno da fare. Il secondo capitolo ha sistemato le cose, sostituendo Altaïr con un Ezio Auditore infinitamente più simpatico e dando finalmente un senso al filo narrativo moderno. Ma è con Brotherhood che il quadro si compone: il momento in cui Ubisoft sembra aver capito davvero cosa voleva essere quella serie, e lo esegue con stile.
Assassin’s Creed Brotherhood: Roma, le torri dei Borgia e un tutorial che non annoia
Il colpo di teatro arriva subito. Due minuti di filmato che riprendono esattamente dove finiva il secondo capitolo, poi la lama in mano e tutto l’equipaggiamento di fine gioco addosso. Ovvio che durerà poco, ma perfino il cliché della spoliazione viene gestito con eleganza: niente flashback, niente cataclisma, solo una scena di sesso interrotta da un attacco a sorpresa dei Borgia, con Ezio che scappa mezzo vestito e a mani vuote. Nel giro di trenta minuti Monteriggioni è in rovina e la rotta punta su Roma.
Il tutorial dura cinque ore buone, e nonostante questo funziona, perché ogni nuova meccanica arriva incastonata in una storia che corre. È qui che le torri dei Borgia cambiano il gioco: campi e strutture presidiate da sgomberare, scalare e incendiare prima di sbloccare le icone della zona. Spazi stretti, pieni di angoli e coperture, pensati per una furtività flessibile che la serie aveva promesso già nel primo episodio senza mai mantenerla. E stavolta farsi scoprire costa: il capitano da eliminare scappa se nota il giocatore, e se raggiunge la stanza sicura bisogna aspettare il cambio della guardia all’alba o al tramonto per riprovare.
C’è di più. Togliere ai Borgia il controllo di un quartiere significa permettere a Ezio di ristrutturare e riaprire le botteghe chiuse, ognuna delle quali versa un piccolo tributo ogni 20 minuti. Una taverna rimessa a nuovo diventa la base della Gilda dei Ladri, un bordello offre riparo a madre e sorella. La mappa non si riempie soltanto, cambia. Ed è un salto enorme per una saga dove fino ad allora il progresso si misurava in bersagli eliminati mentre il mondo intorno restava identico.
Il sistema della confraternita e quello che è venuto dopo
La Roma di Brotherhood resta uno degli scenari più riusciti mai costruiti dal team, tanto che bisognerà aspettare Unity per vedere qualcosa di paragonabile. Merito anche della colonna sonora misurata e quasi spettrale di Jesper Kyd, con gli archi che entrano mentre Ezio si arrampica sull’ennesimo edificio o pedina il prossimo obiettivo. E poi c’è il sistema della confraternita che dà il titolo al gioco: reclutare assassini e spedirli in giro per il continente a estendere l’influenza dell’ordine. Un metagioco fatto bene, sparito dalla serie per quattro anni e tornato in Unity ridotto ad applicazione mobile complementare.
Il problema, semmai, è la macchina produttiva. Una rete di studi sparsi nel mondo che garantisce un capitolo l’anno significa che il gioco successivo è già in lavorazione quando esce quello attuale, e ogni lezione appresa slitta di almeno dodici mesi. Revelations, chiusura della trilogia di Ezio, sembrava costruito sull’idea che i giocatori volessero un gioco di Batman, con circa 150 varianti di bomba, una modalità tower defense e sezioni in prima persona. Da lì in poi i mondi si sono fatti più grandi e più piatti, pieni di cose eppure più vuoti. Black Flag scaldava il cuore, ma era un ottimo gioco di pirati e un Assassin’s Creed tiepido, e dodici mesi dopo Edward Kenway era già sparito, sostituito da Parigi e da un secolo di distanza.
Fonte: TecnoAndroid








