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La cyber security non riguarda più soltanto computer, server e database. Con la diffusione dei robot in azienda il perimetro si allarga e il rischio cambia natura, perché un attacco informatico ben riuscito oggi può tradursi in un danno concreto, fisico, tangibile. Il caso che ha acceso i riflettori su questo scenario è l’exploit UniPwn, che ha colpito i robot prodotti da Unitree e ha mostrato con chiarezza quanto sia sottile il confine tra il mondo digitale e quello materiale.
Per anni la sicurezza informatica è stata percepita come una faccenda legata alle informazioni. Si proteggevano dati sensibili, credenziali, archivi riservati. Il timore principale era il furto o la perdita di qualcosa di immateriale, magari prezioso ma comunque confinato dentro uno schermo. Con le macchine capaci di muoversi e di agire nello spazio la prospettiva si ribalta, e la domanda non è più soltanto cosa possa essere sottratto ma anche cosa possa essere rotto, spostato o compromesso nel mondo reale.
Il caso UniPwn e il salto dal dato al danno fisico
L’exploit UniPwn ha avuto proprio questo effetto. Ha dimostrato che violare un robot non significa limitarsi a sbirciare tra le sue informazioni, ma può voler dire produrre danni fisici. È un passaggio che cambia il modo di pensare alla protezione delle infrastrutture aziendali. Un dispositivo che lavora in un capannone, in un magazzino o accanto alle persone diventa, se compromesso, qualcosa di molto diverso da un semplice terminale violato.
Il punto centrale è che la minaccia non resta più dentro i sistemi informativi. Esce dallo schermo, per usare un’immagine efficace, e arriva a toccare ambienti, macchinari e lavoratori. Per le imprese che hanno introdotto o stanno introducendo questo tipo di tecnologia il messaggio è piuttosto netto. La protezione dei robot in azienda non può essere trattata come un dettaglio tecnico da affidare a qualcuno in fondo all’organigramma.
Normative che coprono solo una parte del rischio
Sul fronte delle regole il quadro europeo offre diversi strumenti. La direttiva NIS2, l’AI Act e il Cyber Resilience Act affrontano ciascuno alcuni aspetti del problema. Il guaio è che li affrontano a pezzi. Ogni testo normativo guarda a una porzione della questione, chi alla sicurezza delle reti, chi all’intelligenza artificiale, chi alla resilienza dei prodotti digitali, ma nessuno abbraccia da solo l’intera complessità di una macchina che unisce software, connettività e capacità di agire fisicamente.
Questa frammentazione si riflette anche dentro le aziende. Il rischio legato ai robot attraversa competenze differenti e finisce per non appartenere davvero a nessuno. C’è chi si occupa di informatica, chi di conformità alle norme, chi della sicurezza dei luoghi di lavoro, chi della produzione. Ognuno vede un frammento del quadro, e nessuna funzione aziendale, presa singolarmente, è in grado di governare il rischio nella sua interezza.
È qui che si gioca la partita più delicata. Quando la responsabilità è distribuita tra più reparti senza un coordinamento chiaro, le zone d’ombra si moltiplicano e le vulnerabilità rischiano di restare scoperte. Il caso dei robot Unitree ha reso evidente che la cyber security applicata alle macchine fisiche richiede uno sguardo d’insieme, perché NIS2, AI Act e Cyber Resilience Act coprono porzioni del problema ma nessuna funzione aziendale, da sola, governa l’intero rischio.
Fonte: TecnoAndroid








