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Unit1 raccoglie 15 milioni per avatar iperrealistici dei musicisti

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Una startup britannica chiamata Unit1 ha raccolto quasi 15 milioni di sterline per costruire avatar digitali definiti “iperrealistici” di musicisti, con l’obiettivo di riportare sul palco concerti storici. A guidare il round c’è Balderton Capital, affiancato da altri investitori. L’idea, detta in modo semplice, è ricreare in forma digitale l’artista e l’esperienza del live, non una semplice proiezione di repertorio ma una ricostruzione pensata per somigliare il più possibile alla realtà.

Il tema non è nuovo nell’industria musicale, che da anni ragiona su come far rivivere spettacoli entrati nella memoria collettiva. Quello che cambia, qui, è la scala dell’investimento e l’ambizione tecnica. Quasi 15 milioni di sterline non sono una cifra simbolica per una società che lavora su un prodotto così specifico, e la presenza di un fondo con il peso di Balderton Capital segnala che dietro c’è una scommessa industriale, non un esperimento creativo isolato.

Cosa significa “iperrealistico” applicato a un concerto

La parola chiave, nel progetto di Unit1, è il livello di fedeltà. Un avatar iperrealistico non è un ologramma stilizzato o un pupazzo animato, è un modello costruito per restituire proporzioni, movimenti e presenza scenica in modo credibile davanti a un pubblico. Il che, tradotto in termini pratici, significa lavorare su materiali d’archivio, su riferimenti visivi e su una resa che regga lo sguardo ravvicinato di chi paga un biglietto e si aspetta qualcosa di più di un video su uno schermo.

La ricostruzione di concerti classici è il terreno scelto dalla società britannica, ed è un terreno che tocca corde diverse. C’è la nostalgia di chi quei concerti li ha vissuti, c’è la curiosità di chi non era ancora nato quando certi spettacoli sono andati in scena, e c’è tutta la parte più delicata che riguarda i diritti, le autorizzazioni e il rapporto con gli eredi o con gli artisti stessi. Non è un passaggio secondario, perché la differenza tra un tributo e una forzatura passa quasi sempre da lì.

Perché gli investitori scommettono sugli avatar musicali

Il mercato dello spettacolo dal vivo resta una delle voci più solide dei ricavi musicali, e qualunque tecnologia prometta di ampliarlo intercetta attenzione. Un avatar digitale non ha vincoli fisici, non si ammala, non ha limiti geografici e può in teoria essere replicato in più città contemporaneamente. Per un fondo di venture capital è un modello che somiglia molto a quelli scalabili del software, applicato però a un settore dove la domanda è già dimostrata.

La raccolta appena chiusa dà a Unit1 il carburante per costruire la parte più costosa del lavoro, cioè la tecnologia di ricostruzione e la produzione degli spettacoli. Sono processi lenti, che richiedono competenze che stanno a metà strada tra il cinema, il videogioco e l’allestimento teatrale, e che difficilmente si comprimono in pochi mesi.

Resta aperta la domanda più semplice e più difficile allo stesso tempo, quella che riguarda il pubblico. Un conto è guardare un concerto ricostruito con curiosità tecnica, un altro è provare la stessa emozione di un live vero. La società britannica ha scelto di puntare proprio su quel confine, e il finanziamento da quasi 15 milioni di sterline racconta che qualcuno, con soldi veri, crede che quel confine si possa attraversare.

Fonte: TecnoAndroid

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