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SoundPEATS Air6 HS ho provato le cuffie da 4 grammi per chi odia i gommini

In questo articolo Indice dei contenuti 22 sezioni

Quanto può costare oggi un paio di auricolari che non ti fa venire voglia di strapparli via dopo mezz’ora? Me lo chiedo da anni perché io, e lo dico senza giri di parole, le cuffiette nelle orecchie non le sopporto. Venti minuti e comincio a sentire quel fastidio sordo, quella pressione dentro il condotto che mi fa perdere la concentrazione. Per questo quando mi è arrivato il campione delle SoundPEATS Air6 HS spedito direttamente dall’azienda, l’ho aperto con un misto di curiosità e rassegnazione.

Poi è successa una cosa strana. Le ho indossate una mattina alla scrivania, ho aperto la posta, ho risposto a un paio di chiamate e sistemato un articolo, poi mi sono accorto di averle ancora addosso dopo più di un’ora. Per me è quasi un record.

Il motivo sta tutto nel formato perché siamo davanti a degli auricolari semi in ear, cioè senza gommini in silicone, appoggiati all’ingresso del padiglione invece che infilati a forza nel canale uditivo. Una scelta che ha un prezzo, e ne parlo più avanti con tutta la franchezza del caso, ma che per chi ha il mio problema cambia completamente le regole del gioco.

Sulla carta la scheda è sorprendente per la fascia di prezzo: driver dinamico da 13 mm a triplo magnete, certificazione Hi Res Audio Wireless, supporto al codec LDAC, Bluetooth 6.0, audio spaziale, multipoint e una promessa di 45 ore di autonomia complessiva. Il tutto in un guscio da 4 grammi per lato e a un prezzo di listino che in Italia non arriva a 50 euro. Mica male, detto così.

Le ho usate per circa due settimane, alternandole su tre telefoni molto diversi tra loro: un Samsung Galaxy S26 Ultra, un Google Pixel e un iPhone 15 Pro. Questo mi ha permesso di sentirle sia in LDAC sia in AAC, che è poi la vera differenza tra il mondo Android e quello Apple quando si parla di qualità di trasmissione.

Il verdetto? Ci arrivo. Vi anticipo solo che la cosa che mi ha colpito di più non è il suono, per quanto sia buono, ma il fatto che mi sono dimenticato di averle addosso e per uno come me vale più di qualsiasi certificazione stampata sulla scatola. Le trovate su Amazon, vendute direttamente da SoundPEATS EU e spedite da Amazon, oppure sulla pagina ufficiale del produttore.

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Unboxing: poche cose, messe bene

La confezione è piccola e compatta, di quelle che stanno in una mano. Il cartoncino è solido e sul fronte campeggia l’immagine degli auricolari con i loghi di LDAC e Hi Res ben in vista, insieme al riconoscimento VGP 2026 che l’azienda ha ricevuto in Giappone con questo modello. Sul retro, tra le varie diciture, c’è anche la scritta 2MIC ENC, che poi vuol dire due microfoni per auricolare dedicati alla riduzione del rumore in chiamata. Ci torno quando parlo di telefonate.

Dentro trovo la custodia con gli auricolari già alloggiati, un cavo di ricarica USB Type C piuttosto corto e il manualetto multilingua. Niente alimentatore, niente gommini (e ci mancherebbe, non servono), niente custodia morbida. La dotazione è essenziale.

SoundPEATS Air6 HS

Credits: TecnoAndroid

È poco? Sì e no. A questo prezzo non mi aspetto regali e onestamente preferisco una scatola asciutta a una piena di plastica inutile che finisce nel cassetto. Detto questo, un sacchetto in tessuto per proteggere l’astuccio dai graffi in borsa non avrebbe guastato, visto che la colorazione che ho ricevuto è bella ma, lo sappiamo tutti, il bianco in tasca insieme alle chiavi della macchina soffre.

Il primo abbinamento è stato immediato. Ho aperto il coperchio vicino al Galaxy, è comparso il nome delle cuffie nella lista Bluetooth e in cinque secondi ero connesso. La prima impressione, a scatola appena aperta, è stata di un oggetto curato pur senza essere lussuoso.

Design e costruzione: leggerezza che si sente davvero

La prima cosa che ho notato prendendo in mano la custodia è la finitura opaca, leggermente satinata, piacevole al tatto e per niente scivolosa. La forma è arrotondata, a ciottolo, e il peso complessivo con gli auricolari dentro si ferma poco sopra i 43 grammi. Sta in qualsiasi tasca dei jeans senza fare quel bozzo antipatico che ti obbliga a toglierla quando ti siedi in macchina.

Il coperchio si chiude con una calamita decisa, con un bel clac secco. Nessun gioco sulla cerniera né cigolii. La piccola spia frontale indica lo stato della carica e sul lato c’è un tastino per il reset e l’abbinamento manuale. Sotto, la porta di ricarica.

Ammetto una cosa: mi aspettavo una custodia dall’aria economica, quella plastica lucida che si riga guardandola. Invece è bella da vedere e appoggiata sulla scrivania accanto al telefono non sfigura affatto. Se dovessi indovinarne il prezzo a occhio, sparerei una cifra ben più alta.

SoundPEATS Air6 HS - dettaglio

Credits: TecnoAndroid

Gli auricolari veri e propri hanno la classica forma a stelo che tutti ormai associano ai modelli aperti, con la testina tondeggiante che si appoggia alla conca dell’orecchio e lo stelo che scende verso il lobo. Quattro grammi per lato e li senti appena. La superficie è liscia, il bianco è pulito e uniforme e la zona touch si trova sulla parte superiore dello stelo, dove cade naturalmente il polpastrello.

SoundPEATS dichiara di aver disegnato il guscio analizzando oltre diecimila profili auricolari. Non ho modo di verificarlo, ovviamente, ma posso dire che nel mio orecchio la testina si incastra bene e non preme su nessun punto preciso. È questa la differenza con un in ear classico perché non c’è una parte del tuo corpo che viene spinta, compressa, sigillata. Il guscio si appoggia e basta.

C’è un rovescio della medaglia, naturalmente. Un auricolare che si appoggia può muoversi e in certe situazioni lo fa. Ma questo lo racconto nel capitolo dei test, perché merita spazio.

Chiudo con la certificazione IPX5: sudore e pioggia leggera non sono un problema e per le uscite con i cani quando il cielo non promette nulla di buono è una tranquillità in più. Non le metterei sotto la doccia, ecco.

Specifiche tecniche

Specifica Valore
Modello SoundPEATS Air6 HS
Formato Semi in ear, senza gommini
Driver Dinamico da 13 mm, triplo magnete, diaframma bio composito, bobina CCAW
Risposta in frequenza 20 Hz fino a 40 kHz
Impedenza 22 ohm
Chipset BT8912F, processo produttivo a 22 nm
Bluetooth 6.0, profili HSP, HFP, A2DP, AVRCP
Codec SBC, AAC, LDAC fino a 990 kbps
Certificazioni Hi Res Audio Wireless, IPX5
Microfoni 2 per auricolare con riduzione del rumore AI ENC
Batteria auricolari 41 mAh per lato
Batteria custodia 500 mAh
Autonomia dichiarata Fino a 9 ore per carica (AAC), 45 ore con la custodia
Ricarica rapida 10 minuti per circa 3 ore di ascolto
Tempi di ricarica 45 minuti gli auricolari, circa 1 ora e 36 minuti la custodia
Porta di ricarica USB Type C
Peso 4 g per auricolare, 43,18 g custodia con auricolari
Controlli Touch, personalizzabili da app
Funzioni Multipoint, audio spaziale, EQ dinamico, modalità gaming, trova auricolari
Colorazioni Nero, bianco, rosa, azzurro, beige

Hardware: cosa c’è dentro quei 4 grammi

Ok, parliamo del cuore del sistema. Il driver da 13 millimetri è grandissimo per un guscio così leggero. Per capirci, molti modelli in ear di fascia media montano trasduttori tra i 10 e gli 11 mm. Qui SoundPEATS ha scelto di spingere sul diametro per compensare quello che il formato semi aperto toglie per definizione, cioè la pressione sulle basse frequenze che un in ear ottiene sigillando il condotto.

Il trasduttore usa un circuito a triplo magnete, che in teoria serve a rendere più uniforme e intenso il campo magnetico attorno alla bobina, e un diaframma in materiale bio composito abbinato a una bobina CCAW, cioè in filo di alluminio rivestito di rame, più leggero del rame puro. Il vantaggio dichiarato è una risposta ai transienti più rapida. Mi spiego meglio: quando un colpo di cassa o una corda pizzicata arrivano all’improvviso, un diaframma leggero li segue senza strascichi. Nella pratica questo si traduce in un basso che non impasta, e sì, l’ho sentito.

Il chip BT8912F è costruito con processo a 22 nanometri e l’azienda parla di assorbimenti molto contenuti. È uno dei motivi, forse il principale, per cui l’autonomia è così generosa. Non è un Qualcomm e chi segue il marchio sa che in passato SoundPEATS ha usato spesso chip di quella casa (ne parlavo anche nella recensione delle SoundPEATS Air5 Pro), ma nel mio uso non ho notato alcun problema di stabilità, né disconnessioni fastidiose.

Sul fronte batterie, ogni auricolare ospita una cella da 41 mAh con una forma a T studiata per sfruttare lo spazio interno, mentre la custodia ne ha una da 500 mAh. Numeri onesti, niente di esotico, perché è il chip parsimonioso a fare la differenza.

Infine i microfoni: due per lato, quattro in tutto, con algoritmi di riduzione del rumore basati su intelligenza artificiale. Sottolineo un punto perché crea confusione in rete: qui non c’è cancellazione attiva del rumore per la musica. L’ENC lavora sulla tua voce durante le chiamate, non su quello che senti tu.

L’app SoundPEATS

L’app ufficiale si chiama semplicemente SoundPEATS ed è gratuita. La trovate su Google Play Store e su Apple App Store. Serve un account con email per accedere, cosa che a me personalmente dà sempre un po’ fastidio, ma la registrazione dura un minuto.

Una volta dentro, gli auricolari vengono riconosciuti subito. La schermata principale mostra la carica di ciascun lato e da lì si accede a tutto il resto. Ci sono un equalizzatore con diversi preset e una modalità personalizzata, l’EQ dinamico che rinforza bassi e corpo generale quando ascolti a volumi bassi, l’interruttore per l’audio spaziale, quello per la modalità gaming a bassa latenza, l’attivazione del multipoint, la scelta del codec e la mappatura dei comandi touch. Non manca la funzione per trovare gli auricolari facendoli suonare.

Com’è andata in due settimane? Bene, sul serio, senza crash né auricolari non riconosciuti. Durante il periodo di test è arrivato anche un aggiornamento firmware e l’installazione è filata liscia, con la barra di avanzamento che ha fatto il suo dovere senza intoppi. L’unico accorgimento è tenere il telefono vicino e non riporli nella custodia durante l’operazione.

L’interfaccia non è bellissima, questo va detto. È funzionale, un po’ affollata in certi menu, con qualche traduzione italiana che scricchiola. Ma trovi quello che cerchi e soprattutto funziona allo stesso modo su Android e su iPhone, cosa non scontata con i marchi più piccoli.

Il mio consiglio? Aprite subito la sezione dei comandi e sistemate il touch. Poi vi spiego perché.

Prestazioni e autonomia

Qui SoundPEATS ha fatto centro, senza se e senza ma.

L’azienda dichiara fino a 9 ore di ascolto con una singola carica in AAC a volume medio e 45 ore complessive sfruttando la custodia. Con LDAC attivo i numeri scendono, e parecchio, come succede con qualsiasi auricolare che trasmetta a quel bitrate. È fisica, non marketing.

Io non ho fatto misurazioni da laboratorio con cronometro e playlist in loop. Ho fatto una cosa più semplice e secondo me più utile: le ho usate come si usano davvero. Il dato che mi porto a casa è che con un utilizzo molto intenso, fatto di musica mentre lavoro, chiamate, qualche video la sera e podcast in macchina, sono andato avanti tre, quattro giorni prima di dover collegare l’astuccio al cavo. Con cuffie che costano meno di una cena fuori.

SoundPEATS Air6 HS - caratteristiche

Credits: TecnoAndroid

Ricordo il secondo giovedì di test, quando avevo una giornata piena, partita presto con una call alle otto e mezza e finita la sera tardi davanti a una serie. Li ho riposti nella custodia solo durante la pausa pranzo, una ventina di minuti. A fine giornata l’app segnava ancora una buona percentuale su entrambi i lati. Non ho avuto l’ansia della batteria nemmeno per un momento e con altre cuffie mi capita spesso.

La ricarica rapida fa quello che promette, con dieci minuti nella custodia per circa tre ore di ascolto. L’ho usata più di una volta prima di uscire di casa, quando mi accorgevo di averle lasciate scariche sul comodino, e mi ha salvato la mattinata.

La ricarica completa degli auricolari richiede circa tre quarti d’ora, mentre la custodia vuota ha bisogno di un’ora e mezza abbondante. Non c’è la ricarica wireless e a questo prezzo non la pretendo, ma chi è abituato a buttare tutto sulla basetta Qi lo noterà.

Un’ultima nota sull’equilibrio tra i due lati. L’auricolare principale, quello che gestisce la connessione con il telefono, tende a scaricarsi un filo prima dell’altro. Differenze minime, qualche punto percentuale, del tutto normali su questa categoria.

Test sul campo: due settimane senza fare sconti

Facciamo un passo indietro. Per capire se un paio di auricolari funziona davvero non basta ascoltarli seduti sul divano con gli occhi chiusi. Bisogna portarli fuori, sbatterli in tasca, usarli quando piove e quando c’è traffico. Ed è quello che ho fatto.

Alla scrivania. È qui che hanno passato la maggior parte del tempo, tra musica di sottofondo mentre scrivevo, call di lavoro e qualche video su YouTube tra un articolo e l’altro. Il multipoint attivo tra telefono e computer mi ha permesso di passare da Spotify sul PC a una telefonata sul Galaxy senza toccare nulla. Ed è proprio qui che ho scoperto quanto il formato semi in ear faccia la differenza per me. Ho iniziato a sentirle, a percepirle fisicamente, solo dopo un’ora, un’ora e mezza. Per chi mi conosce è un dato clamoroso: con gli in ear classici dopo venti minuti devo toglierli.

A piedi con i cani. Passeggiate di mezz’ora, a volte di più, sulle stradine attorno a casa senza problemi. Restano al loro posto, il suono è pulito e soprattutto sento le macchine che arrivano alle spalle. Non isolano, e in questi casi è un vantaggio enorme in termini di sicurezza.

In macchina. Podcast e qualche telefonata nei tragitti verso Roma. Anche qui zero problemi di stabilità e la voce dall’altra parte arrivava chiara nonostante il rumore dell’abitacolo.

Di corsa. Qui viene il brutto, perché ho provato a fare una breve corsetta, più per scrupolo che per convinzione. Dopo pochi minuti l’auricolare destro ha iniziato a scivolare verso l’esterno e al terzo o quarto sobbalzo me lo sono ritrovato in mano. Stesso discorso quando inclino un po’ la testa di lato, a destra o a sinistra: il guscio tende a spostarsi e bisogna risistemarlo. Non è un difetto esclusivo di questo modello, anzi è una caratteristica un po’ di tutte le cuffie senza gommini e senza alette. Però va detto chiaramente: se cercate un compagno per la corsa o per la palestra, qui non lo trovate.

In ambienti rumorosi. Traffico, gente che parla, il vociare di un locale pieno. Il rumore attorno si sente eccome, però arriva attenuato e filtrato, e alzando un po’ il volume la musica resta godibile. Non aspettatevi la bolla di silenzio di un paio di cuffie con ANC, perché semplicemente non è quello che questi auricolari vogliono essere.

Sui tre telefoni. Sul Galaxy S26 Ultra e sul Pixel ho usato quasi sempre LDAC e la connessione è rimasta stabile in casa, in ufficio e anche con il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni. Sull’iPhone 15 Pro, dove LDAC non esiste, le cuffiette lavorano in AAC e si comportano comunque molto bene. Ma di questo parlo tra poco, nel dettaglio.

Un limite del mio test, per onestà: non ho fatto misurazioni strumentali della latenza né della risposta in frequenza. Quello che scrivo nasce dall’ascolto e dall’uso quotidiano, con orecchie allenate da anni di recensioni ma pur sempre orecchie.

Approfondimenti

Firma sonora: calda, piena, piacevole

La domanda vera è: come suonano? Bene, anzi più che bene per un formato che per definizione parte svantaggiato.

La firma è calda, con un’impronta leggermente a U morbida. I bassi sono pieni, in modo sorprendente per un semi in ear. Non parlo di quel sub basso che ti fa vibrare lo sterno, che senza sigillo nel condotto è fisicamente impossibile da ottenere. Parlo di un medio basso corposo, rotondo, che dà peso alla cassa e al basso elettrico senza strabordare sulle voci. Una sera tardi, alla scrivania, mi sono ritrovato a battere il piede sul pavimento senza accorgermene.

I medi sono in evidenza, leggermente avanzati. Ed è forse la parte che ho apprezzato di più. Le voci, maschili o femminili che siano, arrivano presenti, calde, con un bel corpo. Nei podcast e nelle telefonate questo si traduce in un parlato chiarissimo, mentre nella musica cantautorale italiana ti sembra di avere il cantante un passo più vicino rispetto agli strumenti.

Gli alti sono educati, mai taglienti, sibilanti o fastidiosi nemmeno a volume alto. Qualcuno potrebbe volerne un filo di più per dare aria ai piatti della batteria e l’EQ dell’app consente di aggiungerla. Io li ho lasciati così perché preferisco una gamma alta morbida che mi permette di ascoltare per ore rispetto a una brillante che mi stanca dopo due brani.

E poi c’è il volume massimo, che è più alto di quanto serva e questo dà un margine utile negli ambienti rumorosi dove devi compensare l’assenza di isolamento.

Sarò onesto: non sono cuffie da analisi audiofila. Chi cerca la separazione chirurgica degli strumenti in un’orchestra deve guardare altrove e spendere molto di più. Ma per l’ascolto quotidiano sono gradevolissime.

Palcoscenico e audio spaziale

Il formato aperto aiuta perché senza il condotto sigillato il suono ha più respiro, la scena sembra naturalmente un po’ più larga rispetto a un in ear tradizionale e la musica non ti resta chiusa dentro la testa.

L’audio spaziale gestito dall’app allarga ulteriormente il palcoscenico. L’ho provato con la musica, con qualche film e con una serie tv, il contesto in cui mi è piaciuto di più. Con i film l’effetto avvolgente funziona: dialoghi al centro, effetti che si aprono ai lati, una sensazione di spazio che rende la visione più coinvolgente.

Con la musica invece sono più tiepido. Stavo per scrivere che lo sconsiglio, ma ripensandoci dipende dal genere. Sull’elettronica e sulle registrazioni live dà un senso di ampiezza piacevole, mentre sulle produzioni acustiche tende a spostare un po’ il focus delle voci e a renderle meno precise. Io l’ho lasciato attivo per video e serie e spento per la musica ma è gusto personale.

La cosa buona è che attivarlo e disattivarlo richiede un tocco nell’app, quindi potete sperimentare senza impegno.

Isolamento e dispersione del suono

Mettiamola così: chi compra questi auricolari deve sapere in partenza che non isolano. Il rumore esterno entra sempre. In casa, in ufficio, per strada a bassa velocità è quasi un pregio: senti il campanello, il collega che ti chiama e la bici che arriva. In metro o su un treno rumoroso diventa un limite, perché per coprire il frastuono devi alzare il volume.

Detto questo, l’attenuazione passiva c’è perché la testina che si appoggia all’ingresso del condotto qualcosa filtra e il rumore arriva smorzato, meno aggressivo.

La vera sorpresa, per me, è stata la dispersione verso l’esterno. Con i formati aperti ci si aspetta sempre che chi ti sta accanto senta la tua playlist. Qui no, o comunque molto meno di quanto pensassi. A volume medio chi mi stava accanto non sentiva praticamente nulla. Alzando molto il volume qualcosa passa, ovviamente, ma in un contesto normale, in ufficio o in treno, nessuno saprà cosa state ascoltando.

Microfoni e qualità delle chiamate

Le chiamate sono uno dei punti forti e non me lo aspettavo così netto.

Ho verificato, anche sulla scatola: ogni auricolare monta due microfoni con riduzione del rumore ENC assistita da intelligenza artificiale. Il sistema funziona isolando la voce e abbassando il resto. Nelle telefonate fatte in casa e in ufficio chi mi ascoltava mi ha descritto una voce pulita, naturale, senza quell’effetto robotico che certi algoritmi aggressivi producono.

In macchina, con il motore acceso e i finestrini chiusi, la voce arrivava chiara. Per strada, con il traffico, qualcosa del contesto passava, ma senza coprire il parlato. Nessuno dei miei interlocutori si è accorto che stessi usando degli auricolari da meno di cinquanta euro e lo prendo come un complimento.

E dall’altra parte, cioè quello che sento io? Qui torna utile il discorso dei medi in evidenza. Le voci arrivano presenti e intelligibili, anche con interlocutori che parlano piano. Ho fatto lunghe call di lavoro e non ho mai dovuto chiedere di ripetere.

Mah, se proprio devo trovare un neo, non ho avuto occasione di metterle alla prova in una giornata di vento forte, che per qualsiasi microfono esterno resta il banco di prova più cattivo. Su questo punto devo sospendere il giudizio.

LDAC, AAC e connettività

Arriviamo al dunque su una delle voci più interessanti della scheda. Il supporto al codec LDAC fino a 990 kbps è raro in questa fascia di prezzo e su Android fa la differenza. Sul Galaxy S26 Ultra e sul Pixel, con file ad alta risoluzione e una buona playlist in qualità lossless, ho percepito più dettaglio nella gamma media e alta, una maggiore separazione tra gli strumenti e un senso generale di pulizia. Non è un salto da notte e giorno e chi dice il contrario esagera, ma c’è.

E su iPhone? Sull’iPhone 15 Pro si ascolta in AAC, perché Apple non supporta LDAC. Il suono resta comunque molto buono, caldo e pieno, con un filo di dettaglio in meno che però nell’ascolto quotidiano pochissimi noteranno. Non considerate queste cuffie una scelta di ripiego se avete un iPhone.

SoundPEATS Air6 HS - design

Credits: TecnoAndroid

La connessione in Bluetooth 6.0 è stata stabile per tutto il periodo di prova, senza salti né interruzioni, anche con il telefono in tasca dal lato opposto all’auricolare principale.

Il multipoint funziona bene: telefono e PC collegati insieme, passaggio automatico quando arriva una chiamata, nessun intoppo. Anche nelle giornate in cui avevo impostato LDAC non ho notato problemi nel passaggio tra un dispositivo e l’altro. C’è però un dettaglio da conoscere: nelle FAQ ufficiali SoundPEATS specifica che con la doppia connessione attiva LDAC viene disabilitato e in quel caso la trasmissione ripiega su un codec meno pesante. Nell’uso quotidiano la differenza è sottile, ma chi vuole il massimo della qualità sa dove mettere le mani.

Con la modalità gaming attiva la latenza scende e nei video, così come in qualche partita veloce su smartphone, non ho percepito ritardi tra immagine e suono. Anche senza attivarla, su YouTube e Netflix il labiale era sincronizzato.

Comfort nelle lunghe sessioni e stabilità

Ricordate il discorso iniziale sui venti minuti? Ecco, qui torna tutto.

Per me il comfort è stato la vera rivelazione. Quattro grammi, senza gommini né pressione nel condotto. Gli auricolari si appoggiano e restano lì. Ho iniziato a percepirli solo dopo un’ora, un’ora e mezza di uso continuativo e anche allora non si trattava di dolore ma di una leggera consapevolezza della loro presenza. Una pausa di cinque minuti e potevo ricominciare.

Chi ha il condotto uditivo sensibile, chi soffre di quella sensazione di orecchio tappato, chi porta gli occhiali e non vuole altro che prema attorno all’orecchio troverà qui un sollievo concreto.

La stabilità però è il prezzo da pagare. Camminando, stando seduti o guidando sono perfetti. Correndo o facendo movimenti bruschi con la testa, soprattutto inclinandola di lato, tendono a scivolare. Mi è successo più di una volta di doverli risistemare con un dito. Non è grave, ma se la vostra idea è usarli in palestra o durante l’attività sportiva, lasciate perdere.

Oggettivamente è un limite ma nel mio caso, visto che non corro con le cuffie e le uso soprattutto alla scrivania e in giro, non mi ha dato fastidio più di tanto. È strano: dovrebbe pesarmi, invece ci ho fatto pace.

Film, serie e podcast: l’uso che non ti aspetti

Stavo quasi per saltare questo capitolo, poi ho ripensato a quante ore ho passato con queste cuffiette davanti a uno schermo e non a una playlist e mi sono reso conto che sarebbe stato un errore.

La sera, quando la casa si calma e non voglio disturbare nessuno con l’audio della tv, ho preso l’abitudine di guardare un episodio sul telefono o sul tablet con gli auricolari addosso. È qui che il formato semi aperto dà il meglio di sé. Non hai la sensazione di essere chiuso in una bolla, senti se qualcuno ti chiama dall’altra stanza o se i cani abbaiano in giardino e intanto i dialoghi arrivano puliti, ben scanditi, senza dover alzare il volume a ogni scena sussurrata.

Con l’audio spaziale attivo le scene d’azione guadagnano respiro, come ho già raccontato. Ma la cosa che mi ha convinto di più è la tenuta delle voci. Ricordate i medi in evidenza? Ecco, nei film fanno esattamente il lavoro che serve. Anche nei mix più confusi, con musica ed effetti sovrapposti, il parlato resta davanti.

Per i podcast vale lo stesso discorso, amplificato. Le voci sono calde, naturali, mai nasali. In macchina, durante i tragitti, ho ascoltato puntate da un’ora senza sentire il bisogno di togliere gli auricolari, cosa che con altri modelli in ear non mi riesce proprio.

E niente, alla fine della fiera è diventato il mio uso principale insieme alle call, mentre la musica viene dopo. Non so se sia un merito del prodotto o solo una questione di abitudini mie, ma è andata così.

Custodia, ricarica e gestione quotidiana

C’è un aspetto che nelle recensioni di auricolari si trascura spesso: come si vive con la custodia giorno dopo giorno, perché la apri e la chiudi decine di volte, la infili in tasca, la tiri fuori al buio.

Qui il coperchio ha una calamita ben calibrata e si apre con un pollice, senza doverla tenere con due mani, e si richiude con decisione. Gli auricolari entrano nei loro alloggiamenti quasi da soli, attirati dai magneti, e non c’è bisogno di guardare per capire se sono in posizione. Un piccolo dettaglio? Sì, ma quando sei in piedi alla fermata con una mano occupata fa la differenza.

La spia frontale dà un’idea della carica residua e per un controllo preciso c’è comunque l’applicazione con le percentuali di ciascun lato e della custodia. Io ho preso l’abitudine di ricaricarla una volta ogni tre o quattro giorni, di solito la sera sulla scrivania insieme al telefono, e non sono mai rimasto a secco.

Sul fronte pulizia, il bianco richiede un minimo di attenzione. La superficie opaca non trattiene le impronte come una lucida, però dopo due settimane in tasca un po’ di grigio sui bordi compare. Un panno leggermente umido e torna come nuova. Anche i contatti di ricarica, ogni tanto, meritano una passata veloce: se un auricolare non si ricarica, nove volte su dieci il colpevole è un po’ di sporco lì sotto.

Comandi touch: sensibili, forse troppo

I comandi si trovano sulla parte alta dello stelo e rispondono bene, forse anche troppo.

Il touch è molto sensibile e nei primi giorni mi è capitato più volte di mettere in pausa la musica solo sistemando un auricolare nell’orecchio oppure di saltare un brano mentre mi grattavo la testa. Piccole cose ma fastidiose, soprattutto quando sei al telefono e rischi di chiudere la chiamata per sbaglio.

La soluzione passa dall’app, dove si possono riassegnare i comandi e, soprattutto, spostare le funzioni più importanti su doppio o triplo tocco, lasciando al tocco singolo qualcosa di innocuo o nulla. Dopo questa modifica il problema si è ridotto parecchio ma resta il fatto che, di base, la calibrazione è un filo troppo reattiva.

Una volta sistemati, i gesti funzionano bene: play e pausa, brano successivo e precedente, volume, risposta e chiusura delle chiamate, attivazione dell’assistente vocale. Il volume dagli auricolari è una comodità che su molti prodotti economici manca.

Funzionalità extra

Oltre a quanto già raccontato, ci sono alcune funzioni che completano il quadro. O meglio, quelle che ho usato davvero.

L’EQ dinamico è interessante soprattutto per chi ascolta a volumi bassi, magari in ufficio o la sera tardi. Quando abbassi il volume, l’orecchio umano percepisce meno i bassi e questa funzione li rinforza in automatico per mantenere un equilibrio naturale. L’ho lasciata attiva quasi sempre e agisce in modo discreto, senza stravolgere la firma sonora.

La modalità gaming riduce la latenza ed è utile con giochi ritmici o sparatutto veloci su smartphone. Per il resto, video compresi, non serve attivarla.

La funzione trova auricolari li fa suonare a volume alto. Banale? Forse, ma il giorno che uno ti scivola tra i cuscini del divano, la benedici (e con degli auricolari che cadono facilmente, quel giorno arriva).

Poi c’è la possibilità di scegliere manualmente la priorità tra qualità e connessione, di attivare o disattivare il multipoint e di aggiornare il firmware. Tutto dall’app, tutto in pochi tocchi.

Niente sensori di indossamento, per cui la musica non si ferma da sola quando togli un auricolare. Un dettaglio che su prodotti più costosi è ormai la norma e che qui, al prezzo richiesto, si perdona.

 

Prezzo e posizionamento

Il prezzo di listino in Italia è di 46,99 euro, ma lo street price è spesso più basso. Nelle ultime settimane ho visto regolarmente coupon e promozioni che portano le SoundPEATS Air6 HS tra i 34 e i 38 euro, soprattutto per i clienti Prime. Sono disponibili in cinque colorazioni: nero, bianco (quella che ho provato io), rosa, azzurro e beige.

Le trovate su Amazon, vendute direttamente da SoundPEATS EU e spedite da Amazon, oppure sulla pagina ufficiale del produttore.

Nessun prodotto trovato.

E qui la domanda è semplice: cosa si porta a casa con questa cifra? Un driver grande, LDAC, Bluetooth 6.0, multipoint, un’app completa, microfoni che funzionano e un’autonomia che fa impallidire prodotti che costano tre volte tanto. Mancano la cancellazione attiva del rumore, la ricarica wireless e la stabilità necessaria per lo sport. Rinunce comprensibili per il prezzo e coerenti con il formato scelto.

Salendo di fascia si guadagnano isolamento, sensori di indossamento, materiali più pregiati e magari una custodia a induzione. Scendendo si perdono quasi sempre LDAC e buona parte della cura acustica. Nel mezzo, esattamente dove si collocano queste cuffiette, il rapporto tra quello che paghi e quello che ricevi è tra i più convincenti che ho visto quest’anno. Per chi vuole ripercorrere la storia del marchio sulle nostre pagine c’è ancora la vecchia prova delle SoundPEATS Engine 4.

Conclusioni

Due settimane con le SoundPEATS Air6 HS mi hanno lasciato addosso una sensazione rara: quella di aver trovato degli auricolari che mi dimentico di indossare. Suonano caldi e pieni, telefonano bene, durano giorni e costano poco. Non sono perfetti e non pretendono di esserlo.

Li consiglio a chi, come me, non sopporta i gommini e quella pressione nel condotto che dopo mezz’ora diventa opprimente, a chi lavora ore alla scrivania tra musica e call e a chi vuole sentire cosa succede attorno mentre cammina per strada o porta fuori il cane. Sono adatti anche a chi ha un telefono Android e vuole LDAC senza spendere una fortuna, anche se gli utenti iPhone non resteranno delusi.

Li sconsiglio invece a chi corre, a chi va in palestra, a chi passa ore in metro o in aereo e ha bisogno di isolarsi dal mondo. Per loro servono cuffie diverse, con gommini, alette o cancellazione attiva.

Lo scenario perfetto? Una giornata di smart working, una playlist tranquilla, un paio di call nel pomeriggio e una passeggiata la sera, con l’astuccio in tasca e batteria sufficiente per il resto della settimana.

Magari tra un mese cambio idea su qualche dettaglio, ma oggi, per quello che costano, le Air6 HS sono il paio di cuffiette che terrei nella tasca della giacca, sempre.

Recensione TecnoAndroid

La nostra valutazione

Pro

  • Comfort eccezionale per chi non sopporta i gommini, con appena 4 grammi per lato
  • Autonomia reale di tre, quattro giorni con uso intenso grazie alla custodia
  • Suono caldo con bassi pieni e voci presenti, sorprendente per un semi in ear
  • LDAC su Android e ottima resa in AAC su iPhone
  • Chiamate chiare grazie ai due microfoni per lato con ENC

Contro

  • Tendono a scivolare durante la corsa o inclinando la testa
  • Touch troppo sensibile di default, con pause e salti accidentali
  • Con il multipoint attivo LDAC viene disattivato, secondo le specifiche ufficiali
  • Nessun isolamento nei luoghi molto rumorosi, niente ricarica wireless

Fonte: TecnoAndroid

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