Le terre rare nascoste nel sottosuolo svedese potrebbero cambiare gli equilibri di un settore oggi dominato quasi per intero dalla Cina. È l’idea al centro di una ricerca dell’Università di Uppsala, dove un gruppo di scienziati sta provando a capire se i giacimenti minerari del Paese possano diventare la base per una produzione più pulita di magneti e di quei materiali essenziali per la transizione energetica. Non un metallo alla volta, come si è sempre fatto, ma un inventario completo di tutto ciò che si trova sotto terra.
A guidare il lavoro è Martin Sahlberg, professore di chimica dei materiali. Il suo progetto rientra nell’area di ricerca dedicata ai materiali sostenibili e ai loro flussi, e parte da una constatazione piuttosto scomoda. Molti dei materiali che servono per l’energia pulita e per le tecnologie avanzate vengono ancora prodotti con processi che hanno un costo ambientale notevole. I magneti alle terre rare, per fare l’esempio più lampante, arrivano in gran parte dalla Cina, dove le regole ambientali e gli standard industriali non sono gli stessi che si trovano in Svezia.
Un problema geopolitico prima ancora che tecnico
Sahlberg non gira intorno al punto. “È un problema geopolitico”, dice senza mezzi termini. E porta esempi concreti. Nell’ultimo anno, tra guerra commerciale e dazi statunitensi, la Cina ha bloccato le esportazioni di terre rare. A questo si aggiungono le mosse di Trump sulla Groenlandia e l’accordo sulle risorse minerarie tra Ucraina e Stati Uniti, altri segnali di quanto la materia sia diventata terreno di scontro.
C’è poi la questione ambientale, tutt’altro che secondaria. Separare e purificare questi elementi dai minerali richiede spesso sostanze chimiche tossiche, e nelle stesse formazioni geologiche si trovano frequentemente materiali radioattivi. “Oggi è un mestiere piuttosto sporco”, ammette il professore. Una frase che rende bene l’idea di cosa ci sia dietro le tecnologie che diamo per scontate.
Il nome stesso di questi elementi, va detto, trae in inganno. Le terre rare non sono affatto così rare in natura. Il vero ostacolo è trovare giacimenti in cui la concentrazione sia abbastanza alta da rendere l’estrazione conveniente sul piano economico. E qui la Svezia parte avvantaggiata. “Le nostre possibilità di estrarre terre rare, anche nel confronto internazionale, sono relativamente buone”, spiega Sahlberg. I depositi noti si trovano a Kiruna, nella regione del Bergslagen e a Norra Kärr, vicino a Gränna.
L’inventario del sottosuolo, come guardare dentro il frigorifero
L’approccio scelto ribalta la logica tradizionale. Invece di forzare i minerali svedesi dentro formule di produzione già esistenti, i ricercatori vogliono progettare magneti la cui composizione chimica somigli il più possibile ai materiali già presenti nei giacimenti locali. Meno lavorazione, meno impatto ambientale sia nella purificazione che nella fabbricazione.
Per spiegare il metodo, Sahlberg usa un paragone quasi domestico. “È un po’ come il programma televisivo che ti chiede cosa hai nel frigorifero”, racconta. Storicamente si è sempre scavato per un metallo specifico, ferro, rame o magari oro. Qui invece si allarga lo sguardo per capire quali elementi ci sono nei depositi e in quali proporzioni. Un inventario completo, insomma, per poi creare nuove “ricette per magneti” a partire da ciò che si ha realmente a disposizione.
La Svezia, sottolinea Sahlberg, non ha solo i giacimenti. Ha anche un buon accesso all’acqua ed energia a costi relativamente contenuti, oltre a un interesse reale nel guidare la transizione verde. “Oggi la Cina ha praticamente il monopolio mondiale”, ricorda, ma le carte per cambiare le cose ci sarebbero.
Il progetto è interdisciplinare e durerà diversi anni. Fisici teorici dei materiali, geologi e ingegneri lavorano insieme per individuare il percorso più sostenibile dalla roccia grezza al prodotto finito, valutando ogni fase del processo. Sahlberg parla di ricerca di base ispirata all’applicazione. Questioni scientifiche fondamentali, certo, ma legate a doppio filo a tecnologie che per la Svezia e per l’intera economia verde diventeranno sempre più decisive.


