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Una canzone creata con l’intelligenza artificiale, caricata sul profilo Spotify di una band vera e capace di generare guadagni per chi l’ha pubblicata invece che per gli artisti impersonati: è questo il cuore di un esperimento condotto da un giornalista, che ha messo a nudo un buco nel sistema di upload della piattaforma di streaming più usata al mondo. Nessun attacco informatico sofisticato, nessuna password rubata. Solo un meccanismo di pubblicazione che, a quanto pare, non verifica abbastanza.
Il punto è semplice e per questo inquietante. La pagina di un artista su Spotify è una vetrina che il pubblico considera affidabile per definizione. Se un brano compare lì sotto, l’ascoltatore medio dà per scontato che sia stato voluto, registrato e autorizzato da chi firma quel nome. L’esperimento dimostra che questa fiducia può essere tradita senza troppa fatica, perché la canzone finita sul profilo della band non era stata prodotta dal gruppo e nemmeno approvata dai suoi membri.
Come funziona il trucco dietro la truffa musicale
Il passaggio chiave riguarda i diritti d’autore e, soprattutto, chi incassa. Ogni riproduzione su una piattaforma di streaming genera una piccolissima somma che viene attribuita a chi risulta titolare di quella specifica registrazione. Se il brano viene caricato da un soggetto terzo, i soldi seguono quel soggetto, non il nome scritto in copertina. Tradotto: gli ascolti raccolti grazie alla popolarità di un gruppo esistente finiscono nelle tasche di chi ha caricato la traccia farlocca.
Qui entra in gioco la musica generata con l’IA. Produrre un pezzo che suoni plausibile, con una struttura riconoscibile e un timbro coerente con un certo genere, oggi richiede pochi minuti e nessuna competenza da studio di registrazione. Il costo di ingresso è praticamente azzerato, e questo cambia completamente la scala del problema. Un tempo serviva almeno un minimo di lavoro artigianale per confezionare un falso credibile, adesso basta un prompt ben scritto.
Il vero problema è il sistema di upload
L’esperimento del giornalista punta il dito su un aspetto preciso, cioè la mancanza di controlli sostanziali nella fase di caricamento. Il sistema di upload che permette a chiunque di distribuire musica sulle grandi piattaforme è nato per democratizzare l’accesso, e in effetti ha abbattuto barriere che per decenni avevano tenuto fuori una quantità enorme di artisti indipendenti. Il rovescio della medaglia è che le verifiche sull’identità di chi pubblica e sull’effettiva paternità dei brani restano deboli.
Il risultato è uno scenario in cui la frode musicale non richiede competenze tecniche particolari. Serve conoscere il funzionamento delle piattaforme, sapere come si associa una traccia a un profilo già esistente e avere la disinvoltura necessaria per provarci. Il danno per gli artisti autentici è doppio, perché oltre ai mancati guadagni c’è la questione reputazionale: il pubblico si trova davanti materiale che non ha nulla a che vedere con il percorso creativo del gruppo, ma lo attribuisce comunque a quel nome.
Fonte: TecnoAndroid








