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Contro gli sciami di droni FPV sta prendendo forma una risposta che pesa quanto una tavoletta di cioccolato: si chiama Spike ed è un sistema di intercettazione pensato per abbattere velivoli economici con mezzi altrettanto economici. L’idea di fondo è semplice e parecchio pragmatica, perché sparare missili da decine di migliaia di euro contro un quadricottero che ne costa poche centinaia non ha alcun senso sul piano dei conti. Meglio ribaltare l’equazione, e provare a far costare la difesa quanto l’attacco.
Il contesto in cui si inserisce questa tecnologia è cambiato in fretta. I droni FPV hanno imparato ad attaccare in gruppo, da direzioni diverse e nello stesso momento, il che manda in crisi le contromisure classiche. Il disturbo delle comunicazioni radio, il cosiddetto jamming, era la risposta standard fino a poco tempo fa, ma oggi non basta più. Alcuni operatori usano droni collegati via fibra ottica, che semplicemente non hanno un segnale radio da disturbare, altri si affidano a sistemi di navigazione autonoma che continuano a funzionare anche quando l’etere diventa inutilizzabile.
Come funziona il sistema di intercettazione
L’architettura di Spike si divide in due componenti che lavorano in sequenza. La prima si chiama Spotter ed è la parte che guarda, ascolta e capisce cosa sta succedendo nel cielo intorno. Mette insieme telecamere, sensori acustici e, quando serve, anche un radar opzionale, incrociando i dati per individuare i droni in avvicinamento e seguirne il movimento. Il sistema elabora tutto in tempo reale, stimando posizione e traiettoria del bersaglio.
A quel punto entra in scena Seeker, ovvero l’intercettore vero e proprio. Viene lanciato da un tubo, pesa appena 250 grammi e raggiunge una velocità di circa 200 km/h. È autonomo, quindi non richiede un pilota umano che lo guidi verso il bersaglio, e le sue dimensioni ridotte permettono di immaginare postazioni multiple sparse sul territorio invece di un unico sistema centralizzato e costoso. È in questo senso che si parla di una piccola difesa aerea distribuita, fatta di tanti nodi leggeri anziché di poche batterie ingombranti.
Chi c’è dietro il progetto Spike
Dietro il progetto c’è Mara, una startup con base a San Francisco che ha appena chiuso un round pre-seed da circa 6 milioni di euro guidato da Khosla Ventures. Soldi che servono a fare il salto più difficile per qualsiasi tecnologia di questo tipo, cioè passare dai test alle prime implementazioni operative sul campo. Una fase in cui molte idee brillanti si arenano, perché un conto è far funzionare un prototipo in condizioni controllate, un altro è farlo reggere sotto pressione, con più bersagli in movimento e margini di errore ridotti al minimo.
La logica economica resta comunque il punto centrale di tutta la faccenda. Un intercettore da 250 grammi ha costi di produzione che non c’entrano nulla con quelli dell’artiglieria contraerea tradizionale, e questo cambia il calcolo per chi deve proteggere infrastrutture, convogli o installazioni fisse. Se un attaccante può permettersi di lanciare decine di droni a basso costo, la difesa deve poter rispondere con la stessa scala, altrimenti si trova a bruciare risorse molto più preziose di quelle che sta neutralizzando.
Resta il fatto che l’efficacia di un sistema come Spike andrà misurata sul numero di bersagli che riesce a gestire simultaneamente, perché è proprio lo sciame il problema che si propone di risolvere. Mara punta a portare la sua tecnologia fuori dal laboratorio nel giro dei prossimi mesi, con le prime installazioni operative come obiettivo dichiarato del finanziamento appena raccolto.










