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L’accordo tra Sony e TSMC per la produzione di sensori per smartphone è stato firmato in via definitiva, e non si tratta di una semplice collaborazione tecnica ma di una joint venture vera e propria, pensata per entrare in funzione dal 2029. Dietro la mossa c’è una questione di numeri che l’azienda giapponese conosce bene, visto che la sua quota nel mercato dei sensori d’immagine è scivolata dal 55% di qualche anno fa al 43% registrato nel 2025. Il colpo più doloroso è arrivato da Samsung, che ha sottratto a Sony una commessa di peso per i sensori a tre strati destinati agli iPhone.
La società nata dall’intesa si chiamerà Advanced Vision Semiconductor Manufacturing Corporation e avrà sede a Koshi, nella prefettura di Kumamoto. A sostenerla ci sarà anche il governo giapponese, che ha deciso di mettere risorse pubbliche su un settore considerato strategico. Gli investimenti dei due partner raccontano bene gli equilibri interni: Sony metterà sul piatto circa 465 miliardi di yen, pari a circa 2,5 miliardi di euro, in parte in contanti e in parte conferendo lo stabilimento appena costruito proprio a Koshi. TSMC contribuirà con circa 282 miliardi di yen, ovvero attorno a 1,6 miliardi di euro, tutti in contanti.
Chi fa cosa dentro la joint venture
La divisione dei compiti è definita senza troppi giri di parole. Sony resta al comando, nomina l’amministratore delegato e porta in dote la tecnologia dei sensori, la progettazione e la definizione dei prodotti. TSMC mette a disposizione i suoi processi produttivi avanzati, quelli che l’hanno resa il punto di riferimento mondiale nella fonderia di semiconduttori. Semplificando parecchio, i giapponesi decidono cosa costruire, i taiwanesi si occupano di come costruirlo.
Il CEO di Sony Hiroki Totoki ha descritto l’operazione come il primo passo verso un modello definito fab light, un approccio in cui l’azienda alleggerisce il peso delle proprie fabbriche affidando una parte della produzione a soggetti esterni. Un cambio di impostazione che ha una logica economica precisa, perché costruire e mantenere impianti per sensori d’immagine costa cifre che diventano sempre più difficili da sostenere da soli. Condividere l’onere con un partner delle dimensioni di TSMC significa respirare.
La pressione che arriva dalla Cina
Sullo sfondo c’è un elemento che entrambe le aziende non possono ignorare, ovvero l’avanzata dei produttori cinesi. Secondo la società di analisi Techno Systems Research, nella lavorazione dei sensori i concorrenti cinesi avrebbero già superato TSMC per volume complessivo di ordini. Un dato che spiega perché anche il gigante di Taiwan abbia interesse a stringere questo tipo di alleanza.
Non è l’unico segnale. Alcuni clienti storici di TSMC starebbero spostando parte degli ordini verso le fonderie cinesi, che nel frattempo aumentano le consegne soprattutto ai marchi di smartphone di fascia bassa. In un contesto del genere presidiare il segmento premium diventa una scelta difensiva oltre che offensiva, e i sensori Sony di fascia alta rappresentano esattamente quella nicchia ad alto valore che conviene proteggere.
Cosa cambia per le fotocamere degli smartphone
Per chi guarda al lato pratico, quindi alla qualità delle fotocamere degli smartphone, l’alleanza può avere ricadute concrete. Sony non fornisce sensori solo ad Apple, ma praticamente a tutti i grandi produttori Android, da Samsung a Google. Un salto di qualità nei processi produttivi si riflette quindi su una fetta enorme del mercato, non su un singolo marchio.
Il 2029 come data di partenza sembra distante, ed effettivamente lo è. Ma nel mondo dei semiconduttori i tempi funzionano così, perché una fabbrica di questo tipo richiede anni tra progettazione, costruzione, collaudo e messa a regime. La firma dell’accordo definitivo tra Sony e il partner taiwanese fissa quindi un punto di partenza, con Koshi destinata a diventare uno dei centri nevralgici della produzione mondiale di sensori per la fotografia mobile.











