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Capita a chiunque abbia lasciato in un cassetto un telefono per qualche settimana, magari come muletto di riserva: al momento di riaccenderlo, la batteria è più scarica di come la si era lasciata. Il fenomeno dello smartphone che si scarica anche da spento non è un difetto, non è un segno di guasto e non dipende da un’app rimasta aperta. È il risultato di due cose che convivono dentro ogni dispositivo moderno, la chimica della batteria e una serie di circuiti che restano attivi anche quando lo schermo è nero e il telefono sembra completamente inerte. Il punto di partenza è capire che lo spegnimento, in un telefono di oggi, non è mai davvero totale. Premendo il tasto di accensione si chiude il sistema operativo, si interrompono le comunicazioni, si spegne il display, ma una parte minima dell’elettronica continua a lavorare in sottofondo. Serve, tra le altre cose, a riconoscere la pressione del tasto per riavviare il tutto. E quella parte, per funzionare, consuma.
La chimica lavora anche quando il telefono è fermo
Le celle agli ioni di litio hanno una caratteristica che accompagna ogni batteria dalla nascita alla fine del suo ciclo di vita: l’autoscarica. Anche isolata da qualunque circuito, una cella perde energia da sola, perché all’interno continuano a verificarsi reazioni chimiche che spostano carica senza che nessuno la stia usando. È un processo lento, silenzioso, invisibile, ma inesorabile. Nessuna tecnologia commerciale è riuscita a eliminarlo del tutto, si è solo imparato a contenerlo. Questo spiega perché un telefono chiuso in un armadio per un mese si ritrovi con una percentuale più bassa rispetto a quando è stato messo via. Non ha fatto nulla, non ha ricevuto notifiche, non si è collegato a nessuna rete. Semplicemente, la sua chimica interna ha continuato a fare il proprio mestiere. Il calore accelera il fenomeno, il freddo lo rallenta, ma in nessun caso lo azzera.
Circuiti sempre vigili e la regola del 50%
L’altra metà della spiegazione riguarda l’elettronica. Nei dispositivi attuali esistono componenti che rimangono alimentati a bassissimo consumo per garantire funzioni di base, dal riconoscimento del comando di accensione alla gestione della carica residua. Sono consumi ridicoli se misurati sul singolo istante, ma sommati su giorni e settimane diventano visibili nella percentuale che appare al riavvio. È la ragione per cui uno smartphone spento a lungo può presentarsi con una batteria sensibilmente più bassa, in certi casi addirittura scarica del tutto.
Ed è proprio la scarica completa lo scenario da evitare con più attenzione. Una cella agli ioni di litio lasciata a zero per molto tempo può danneggiarsi in modo permanente, arrivando a non accettare più la ricarica. Per questo il consiglio, quando un telefono viene messo da parte per un periodo lungo, è di conservarlo intorno al 50% di carica. Quel livello intermedio lascia margine sufficiente perché l’autoscarica faccia il suo corso senza portare la batteria a fondo scala, e allo stesso tempo evita lo stress di una cella tenuta al massimo per mesi. Chi ha più dispositivi in casa, quindi, farebbe bene a controllarli ogni tanto anche se non li usa, riportandoli a metà carica quando si accorge che la percentuale è calata. Vale per i telefoni riposti come scorta, per quelli conservati per motivi affettivi e per qualunque apparecchio che passi lunghi periodi fermo in un cassetto. La perdita di energia da spento non si può fermare, ma si può gestire, e il danno vero arriva solo quando la batteria viene abbandonata a zero.










