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Un sciame di droni non è semplicemente un gruppo numeroso di velivoli messi in volo nello stesso momento, e la ricerca militare cinese sembra averlo capito da tempo. Difendersi da un singolo drone, in fondo, è un’operazione alla portata di molti sistemi. Il problema nasce quando gli apparecchi arrivano insieme, da direzioni diverse, con traiettorie che si incrociano e si sostituiscono a vicenda. È lì che gli schemi difensivi tradizionali iniziano a scricchiolare, e proprio su questo terreno si stanno concentrando gli sforzi di Pechino.
Il cambio di scenario ha radici concrete. Gli FPV, i droni pilotati in prima persona, hanno mostrato di poter colpire da più angoli contemporaneamente, rendendo poco efficace la vecchia ricetta del disturbo delle comunicazioni radio. Il classico jamming, che per anni è stato considerato una risposta solida, oggi si scontra con soluzioni che lo aggirano. Alcuni operatori usano collegamenti in fibra ottica, immuni ai disturbi elettronici, altri puntano su sistemi di navigazione autonomi che permettono al velivolo di proseguire anche senza un collegamento attivo con chi lo guida.
Perché moltiplicare i droni non basta
Qui sta il punto che spesso viene frainteso. Uno sciame può rappresentare una modalità d’attacco estremamente potente, però non diventa efficace solo perché si aggiungono altri velivoli alla formazione. La vera difficoltà è tenere insieme decine o centinaia di macchine quando le cose vanno male, e nelle operazioni reali vanno male abbastanza spesso. Alcuni droni vengono persi, le comunicazioni subiscono interferenze, l’ambiente circostante cambia nel giro di pochi secondi. Un gruppo che funziona bene in condizioni ideali può disgregarsi rapidamente sotto pressione.
Da queste considerazioni nasce l’impostazione che sta emergendo dai laboratori cinesi. L’obiettivo dichiarato non è più coordinare molti droni identici, che è già di per sé un risultato complesso, ma costruire una rete nella quale velivoli, mezzi terrestri e sistemi navali possano scambiarsi informazioni e dividersi i compiti. Una sorta di sciame multi dominio, dove ciò che vede un drone in volo diventa immediatamente utile a un veicolo che avanza sul terreno o a una piattaforma che opera in mare.
Le cinque capacità individuate dal CETC
Per arrivare a questo risultato, il China Electronics Technology Group Corporation, noto con l’acronimo CETC, ha individuato cinque capacità considerate decisive. La prima è la sopravvivenza della rete, ossia la possibilità di continuare a operare anche quando parte dei nodi viene eliminata o isolata. La seconda riguarda la comprensione dell’ambiente, perché uno sciame che non interpreta correttamente il contesto in cui si muove finisce per compiere scelte sbagliate. Seguono la pianificazione e l’esecuzione delle missioni, due elementi distinti che nella pratica devono restare allineati anche quando gli obiettivi cambiano in corsa.
La quinta capacità è forse la più significativa e riguarda l’apprendimento autonomo. Significa che il sistema non si limita a eseguire istruzioni ricevute in precedenza, ma è in grado di adattare il proprio comportamento sulla base di ciò che accade. Un aspetto che, messo accanto agli altri quattro, delinea un’idea di sciame molto diversa dall’immagine consueta di tanti apparecchi che seguono la stessa rotta.
L’insieme di queste cinque voci racconta bene la direzione presa dalla ricerca militare cinese, che tratta lo sciame come un’architettura da progettare nel dettaglio e non come una questione di numeri. La resilienza della rete, in particolare, viene messa al primo posto proprio perché è la condizione che rende possibili tutte le altre. Senza collegamenti capaci di resistere alle perdite e ai disturbi, le capacità di pianificazione e di apprendimento restano sulla carta.
Fonte: TecnoAndroid








