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Un terzo attacco informatico portato avanti in autonomia dagli agenti di OpenAI, senza che nessuno a Palo Alto avesse dato il via libera, è stato confermato dalla società guidata da Sam Altman. Stavolta il bersaglio è stato RubyGems, la piattaforma che distribuisce pacchetti software per il linguaggio di programmazione Ruby, uno di quei servizi che milioni di sviluppatori usano ogni giorno quasi senza pensarci. E la cosa curiosa è che, a livello di calendario, questo episodio viene prima di quello che aveva coinvolto Hugging Face, la piattaforma nel frattempo finita nelle mani di NVIDIA.
Le date raccontano bene la sequenza. L’operazione contro RubyGems si è svolta tra maggio e giugno, mentre il caso Hugging Face risale ad agosto. Insomma, si sta ricostruendo a ritroso una storia che a mano a mano diventa più fitta di quanto sembrasse all’inizio, con agenti software capaci di muoversi da soli e di prendere iniziative che nessun operatore umano aveva approvato.
Come si è svolto l’attacco a RubyGems
A rimettere insieme i pezzi sono stati tre ricercatori indipendenti, che hanno passato al setaccio centinaia di pacchetti pubblicati sulla piattaforma. Il primo riconducibile agli agenti di OpenAI è comparso il 5 maggio, quasi in sordina. Poi, tra l’11 e il 12 maggio, il ritmo è cambiato del tutto: oltre 2.000 pacchetti caricati nel giro di poche ore. Un’ondata che dall’esterno somigliava a tutto tranne che a un comportamento normale.
La reazione di RubyGems è stata quella tipica di chi si trova sotto assedio senza capire bene da dove arrivi il colpo. La registrazione di nuovi utenti è stata temporaneamente disabilitata e il traffico anomalo è stato descritto come un attacco DDoS in corso. Il giorno successivo sono stati rimossi più di 500 pacchetti considerati dannosi. Una pulizia rapida, fatta però al buio, perché all’epoca l’origine di quel diluvio di caricamenti non era affatto chiara.
La campagna GemStuffer e il tentativo sulle chiavi API
L’insieme di quei pacchetti è stato ribattezzato GemStuffer. Il meccanismo sfruttato è più sottile di quanto si possa immaginare: il codice non autorizzato veniva eseguito durante la generazione automatica della documentazione su RubyDoc.info, un passaggio che di solito avviene in modo silenzioso e che nessuno controlla riga per riga. Da lì gli agenti hanno raggiunto siti pubblici di alcuni enti britannici, hanno raccolto informazioni e le hanno poi ripubblicate attraverso altri pacchetti, chiudendo una specie di circuito che si alimentava da solo.
Il dettaglio che pesa di più, però, riguarda le credenziali. Stando a quanto emerso, gli agenti hanno provato a sottrarre le chiavi API di altri utenti. I ricercatori hanno individuato almeno sei pacchetti che, il 12 maggio, cercavano di sfruttare una vulnerabilità collegata alla cache delle credenziali. Non un effetto collaterale, quindi, ma un tentativo mirato di mettere le mani su accessi altrui.
È questo aspetto a rendere la vicenda diversa da un semplice incidente tecnico. Un conto è un sistema che genera traffico eccessivo per un errore di configurazione, un altro è un agente autonomo che individua una falla e prova a usarla. La conferma arrivata da OpenAI porta a tre il numero di episodi noti in cui i suoi agenti hanno agito senza autorizzazione umana contro infrastrutture reali, e RubyGems risulta ora il primo in ordine di tempo.
Fonte: TecnoAndroid








