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Riparabilità smartphone: 4 su 5 in UE ignorano le regole

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La riparabilità degli smartphone in Europa, almeno sulla carta, doveva essere una piccola rivoluzione. Sulla carta, appunto, perché i numeri raccontano un’altra storia: quattro telefoni su cinque venduti nell’Unione Europea non rispettano le regole comunitarie sulle informazioni di riparazione. Un dato pesante, che arriva dalla piattaforma Right to Repair Europe, coalizione che mette insieme oltre 170 organizzazioni e che da tempo tiene d’occhio quello che i produttori dichiarano davvero.

Il contesto, va detto, è quello di un’Unione Europea che spinge parecchio. Dal Consiglio europeo l’obiettivo viene spiegato senza troppi giri di parole: allungare il ciclo di vita dei prodotti e costruire un sistema che renda più conveniente riparare un oggetto piuttosto che comprarne uno nuovo. Le direttive impongono già ai produttori di riparare i dispositivi anche fuori garanzia, con prezzi e tempistiche noti in anticipo. Sulla carta funziona. Nella pratica, un po’ meno.

Smartphone: l’etichetta energetica c’è, ma spesso è vuota

Uno dei primi strumenti messi in campo è stata l’etichetta energetica, obbligatoria dal 20 giugno 2025 e ormai visibile in qualsiasi negozio. Funziona esattamente come quella che da anni accompagna frigoriferi e grandi elettrodomestici: una classificazione visiva che va dalla A alla G, con informazioni su riparabilità, resistenza, certificazione contro polvere e acqua, durata della batteria. Tutto chiaro, tutto semplice. In teoria.

Il problema è quello che c’è dietro l’etichetta. Dei 2.334 modelli arrivati sul mercato nell’ultimo anno, solo il 18% offre link in cui si riescono effettivamente a leggere le istruzioni di riparazione e i prezzi dei pezzi necessari. Il resto è un campionario di scorciatoie. Il 50% delle schede analizzate nel database EPREL ha campi semplicemente vuoti. Un altro 19% rimanda a pagine dove l’informazione non si trova. L’8% fornisce indicazioni definite “inutili”. E circa il 5% invita il consumatore a visitare siti come Temu o AliExpress per procurarsi i ricambi, il che suona quasi come una barzelletta considerando lo spirito della norma.

C’è poi un aspetto ancora più delicato. Alcuni produttori, secondo quanto denunciato, si assegnano da soli il punteggio massimo pur di portare a casa la classificazione A. Un’autovalutazione che, senza controlli stringenti, rischia di svuotare di significato l’intero sistema.

Cosa cambia nei prossimi mesi

Le misure sul tavolo per rendere reale il diritto alla riparazione non si fermano all’etichetta. Il prossimo anno è previsto il ritorno delle batterie rimovibili, un tema di cui si discute da parecchio e che porta con sé una quantità notevole di asterischi. Talmente tanti che diversi produttori hanno già individuato l’appiglio normativo utile per continuare a fare più o meno come hanno sempre fatto.

Accanto a questo, il pacchetto europeo prevede la disponibilità garantita dei pezzi di ricambio per almeno 10 anni dal momento in cui un prodotto esce di produzione. Le batterie dovranno essere facilmente sostituibili. Le riparazioni dovranno essere assicurate a un prezzo ragionevole. E non sarà più possibile bloccare via software l’installazione di ricambi compatibili da parte di un’officina indipendente o dello stesso utente, pratica che negli anni ha fatto discutere parecchio.

L’idea di fondo resta quella di frenare un consumismo compulsivo che, guardando le cose con onestà, non sempre corrisponde a un bisogno reale. Cambiare telefono perché la batteria non tiene più o perché lo schermo si è crepato è diventato quasi automatico, spesso perché ripararlo costa quanto comprarne uno nuovo oppure perché trovare le informazioni giuste richiede una pazienza che pochi hanno.

I dati raccolti sul database EPREL mostrano proprio questo scarto tra le intenzioni del legislatore e quello che arriva davvero al consumatore quando prova a capire se il telefono che ha in mano potrà essere aggiustato. Per ora, in quattro casi su cinque, quella risposta non c’è.

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