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Prevedere dove avverrà il prossimo grande terremoto è un obiettivo che la geologia rincorre da decenni, e un nuovo algoritmo sviluppato all’Università della California a Riverside sembra aver fatto un passo concreto in quella direzione. Non risponde alla domanda sul quando, che resta la più sfuggente di tutte, ma prova a dire con buona affidabilità in quali punti di una grande faglia si è accumulata abbastanza tensione da poter generare una rottura violenta. Una mezza risposta, se si vuole, ma di quelle che pesano.
Il meccanismo di fondo è più semplice di quanto sembri. Le placche tettoniche si muovono, lentamente e senza sosta. Lungo le faglie geologiche però ci sono tratti che restano incastrati, bloccati, mentre tutto attorno continua a scivolare. In quei punti la tensione si accumula, anno dopo anno, fino a quando qualcosa cede. Individuare esattamente dove si trovano quei segmenti bloccati significa restringere la mappa del pericolo.
Il test di Kamchatka e i dati satellitari
La prima verifica seria è arrivata dalla penisola della Kamchatka, nella Russia orientale. Il 30 luglio 2025 la rottura di una faglia ha prodotto un sisma di magnitudo 8.8. Dopo l’evento, i ricercatori hanno ricostruito attraverso osservazioni diverse quali porzioni della faglia si fossero effettivamente mosse. A quel punto l’algoritmo ha lavorato solo su informazioni relative al periodo precedente al terremoto, senza sapere nulla di quanto era accaduto dopo, e ha restituito una mappa che coincideva in larga parte con la zona coinvolta nella rottura.
Non solo. La grande regione identificata dal modello si sovrapponeva anche ad aree interessate da un altro sisma gigantesco, magnitudo 9.0, avvenuto nel 1952. Il lavoro di validazione è stato firmato da Axel Periollat e Gareth Funning, del Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie di UC Riverside, e pubblicato su Geophysical Research Letters. Il metodo si basa su misurazioni GNSS, ovvero la tecnologia di posizionamento satellitare, per registrare gli spostamenti lentissimi del terreno. Da quei movimenti si deduce quali tratti della faglia sono rimasti fermi mentre le placche continuavano ad avanzare intorno, caricandosi di energia. La differenza rispetto ai modelli precedenti sta in un dettaglio tecnico tutt’altro che secondario. Prima serviva che i ricercatori indicassero al software dove cercare le zone bloccate. Qui no. L’algoritmo esamina diverse possibilità e calcola da sé quali porzioni della faglia hanno maggiore probabilità di essere incastrate.
Cosa può fare e cosa non può fare
Va detto con chiarezza, perché la tentazione di leggere troppo in questi risultati è forte. Il caso Kamchatka non è stata una previsione. Lo studio dimostra che i dati disponibili prima della scossa permettevano di ricostruire aree che poi si sono rivelate decisive durante il sisma, ma il modello non ha annunciato nulla in anticipo. La strada verso una vera previsione dei terremoti resta lunga.
“Avevamo un’idea di dove si stesse accumulando la tensione basandoci su un insieme di dati relativamente limitato. Vederlo funzionare così bene ha confermato che questo approccio ha un potenziale reale”, ha spiegato Axel Periollat in un comunicato. E ancora: “Possiamo identificare dove è probabile che si verifichino grandi terremoti, anche se non possiamo prevedere esattamente quando. Con osservazioni migliori e un monitoraggio continuo, possiamo imparare molto di più sulle faglie più pericolose della Terra”.
Le zone di subduzione nel mirino
L’ambito in cui questo strumento potrebbe rendersi più utile è quello delle zone di subduzione, dove una placca si infila sotto un’altra. Sono le fabbriche dei sismi più potenti mai registrati e attraversano regioni come Giappone, Kamchatka, Alaska, Messico, Cile, Indonesia e Nuova Zelanda. Possono estendersi per centinaia di chilometri, spesso sotto l’oceano, il che rende difficilissimo capire quale segmento sia davvero critico. Riuscire a isolare i tratti ancora bloccati permetterebbe di restringere parecchio la mappa del rischio. Il gruppo di UC Riverside sta già applicando il metodo alle zone di subduzione di Giappone, Messico, Nuova Zelanda e nord ovest del Pacifico. Serviranno a capire se quanto osservato in Kamchatka è replicabile e se l’algoritmo può indicare con maggiore precisione quali porzioni delle faglie più pericolose del pianeta abbiano davvero il potenziale per una grande rottura futura.








