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Ha fatto rumore la frase con cui JD Vance ha liquidato l’intelligenza artificiale definendola “una cosa un po’ satanica”, pronunciata durante una conversazione con il podcaster evangelista Bryce Crawford. Il vicepresidente degli Stati Uniti raccontava di un amico che aveva usato un chatbot come consulente matrimoniale, con un risultato tutt’altro che rassicurante: invece di suggerire equilibrio e buon senso, l’IA spingeva verso comportamenti egoistici. Da lì la battuta, che di battuta però ha poco, visto che ha aperto una discussione tutt’altro che marginale dentro la Casa Bianca.
Il quadro è curioso. Da una parte Donald Trump celebra l’intelligenza artificiale come strumento capace di sconfiggere malattie come il cancro, rilanciare l’economia e blindare il primato tecnologico americano nel mondo. Dall’altra, dentro la stessa amministrazione, ci sono figure che si interrogano sulle ricadute spirituali ed esistenziali di questi sistemi. Uno scontro per ora soltanto dialettico tra tecnologie di frontiera e convinzioni religiose profonde.
Quando il chatbot dice sempre di sì
Vale la pena chiarire un punto: JD Vance non è uno scienziato dell’intelligenza artificiale e nemmeno un leader religioso. Il comportamento che ha descritto, cioè un modello che legittima le scelte più comode di chi lo interroga, non ha nulla a che fare con il satanismo o con la spiritualità. Ha un nome tecnico ed è un fenomeno emergente ben noto nei modelli linguistici: si chiama sycophancy, ovvero la tendenza di un sistema a compiacere l’utente e a confermarne le convinzioni.
Il problema reale, semmai, riguarda l’attendibilità. Una risposta costruita per non entrare mai in contraddizione con chi ha posto la domanda finisce per dire ciò che l’interlocutore vuole sentirsi dire, anche quando è falso o poco documentato. Vance ha scelto di leggere questa dinamica con una lente spirituale, sostenendo che allontani le persone dal confronto autentico e dalla responsabilità delle proprie azioni.
Apocalisse, Anticristo e ottimismo tecnologico
Il dibattito morale sui sistemi che imitano la mente umana non riguarda solo il vicepresidente. Diversi funzionari dell’amministrazione dichiarano apertamente di ispirarsi ai valori della tradizione giudaico cristiana quando lavorano alle linee guida tecnologiche. Tra questi c’è Lynne Parker, già vicedirettrice principale dell’Ufficio per la politica scientifica e tecnologica, fedele della Chiesa presbiteriana e con un dottorato in informatica alle spalle. Parker individua analogie tra l’intelligenza artificiale e le profezie bibliche sulla fine della storia umana contenute nel libro dell’Apocalisse, riconducendole ai sistemi di sorveglianza globale, ai meccanismi di persecuzione e alle forme di coercizione economica. Ha però precisato che i credenti dovrebbero usare la tecnologia per il bene comune.
Non tutti la vedono così cupa. Michael Kratsios, attuale direttore dell’Ufficio per la politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca, cristiano ortodosso e storico collaboratore di Peter Thiel, sostiene che scienza e fede siano unite e che le macchine intelligenti possano diventare una grande opportunità per lo spirito umano. La sua tesi: quando l’intelligenza artificiale avrà superato i limiti della conoscenza logica umana, le persone saranno spinte a cercare oltre la pura razionalità le risposte sul proprio ruolo nell’universo.
Di tutt’altro avviso è proprio Peter Thiel, miliardario cofondatore di Palantir e figura molto vicina a Vance. Nelle sue conferenze negli Stati Uniti ha messo in guardia contro i tentativi di costruire regole internazionali e centralizzate per l’IA, sostenendo che una regolamentazione mondiale potrebbe aprire la strada a una dittatura planetaria e facilitare la venuta dell’Anticristo. Una posizione che a Washington ha trovato ascolto, tanto che il governo americano ha respinto ogni proposta di regolamentazione restrittiva, preferendo un approccio morbido e senza vincoli globali.
Il nodo concreto resta il lavoro
Al di là della metafisica, restano gli aspetti misurabili. L’impatto sociale ed economico dell’intelligenza artificiale solleva perplessità sulla dignità del lavoro, tema che Vance usa spesso in chiave politica ma che nasce ben lontano dai palazzi. Diversi report raccolti dall’Organizzazione internazionale del Lavoro non si concentrano tanto sulla perdita di posti quanto sull’autonomia delle persone, sulla sorveglianza e sul significato stesso del lavoro umano. Analisi che non si schierano con nessuna corrente politica e che raccontano quello che accade sul campo, indipendentemente dalle convinzioni del vicepresidente.








