In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
La vicenda legata al caso Revolut ha preso una piega che difficilmente si vede nel mondo del cybercrime: l’hacker che si fa chiamare IAmNotAVillain ha pubblicato sul proprio sito nel Dark Web una piccola parte del materiale che sostiene di aver sottratto alle forze dell’ordine italiane, e lo ha fatto senza avanzare nessuna richiesta di riscatto. Anzi, il paradosso è che l’attaccante ha chiesto a un giornalista un suggerimento su chi contattare per negoziare. Situazione che, nel settore, ha pochi precedenti.
Il materiale complessivo ammonterebbe a 147 GB. La pubblicazione è arrivata a distanza di pochi giorni dai primi documenti mostrati in anteprima e a meno di 24 ore dalla richiesta inoltrata agli account violati. Nessuna cifra sul tavolo, nessun ultimatum economico preciso, solo una minaccia generica di continuare. «Abbiamo mostrato esempi di una mancanza di professionalità imbarazzante da parte dell’Italia: passaporti, documenti sensibili e informazioni riservate inviati semplicemente via e mail», ha dichiarato IAmNotAVillain.
Cosa contengono i file pubblicati dall’hacker
Sul sito sono comparsi diversi sample, presentati come prova a sostegno di quanto affermato. Negli screenshot condivisi online sono state inserite didascalie che spiegano il materiale esposto e le Pec violate: quelle della Polizia di Stato, del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e altre ancora. Un dettaglio non secondario riguarda le date. Alcuni file risalgono ad aprile 2026, un elemento che rende poco credibile l’ipotesi di materiale recuperato da precedenti violazioni informatiche e rimesso in circolo.
Tra i documenti esposti figura un fascicolo completo sull’identità di un funzionario pubblico e alcuni passaporti diplomatici che, stando a quanto afferma l’attaccante, erano conservati dentro un sistema istituzionale privo di reali misure di protezione. Le immagini mostrano anche un’autorizzazione relativa ad armamenti per una nave battente bandiera israeliana, trovata all’interno di una casella email istituzionale, insieme ad altri documenti dello stesso tenore. Il conteggio dichiarato dall’hacker parla di oltre 130mila documenti riconducibili a forze dell’ordine, funzionari, membri dei ministeri e autorità varie.
La minaccia è stata messa nero su bianco: «Continueremo a pubblicare materiale classificato e informazioni sensibili come documenti, informazioni personali di forze di polizia e molto altro, finché non negozieremo con l’Italia, è solo l’inizio». Peccato che alla domanda su chi fosse l’interlocutore desiderato e su quanto volesse chiedere, la risposta sia stata piuttosto vaga: «Vorremmo che ci contattasse qualcuno». E poi una richiesta quasi ingenua, quella di ricevere un contatto utile da raggiungere.
Gli esperti: un modus operandi che non torna
La portata del potenziale leak è inedita, ma lo è altrettanto il comportamento incerto di chi lo rivendica. Secondo @sonoclaudio, fondatore di Ransomnews, il quadro non corrisponde a quello dei gruppi criminali strutturati osservati di solito: «Rispetto alle dinamiche dei gruppi criminali che osserviamo con Ransomnews, questo non sembra un gruppo strutturato, ma sembra che lo stia diventando, è difficile immaginare cosa possa succedere». Il punto ancora aperto riguarda le modalità con cui è stato ottenuto l’accesso a una mole di dati di quelle dimensioni.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’informatico forense Paolo Dal Checco, che parla apertamente di anomalia: «Stupisce questo modus operandi, che sembra confuso e incerto». La spiegazione che offre riguarda il contorno della vicenda: «Chiaro che vista l’entità e importanza del fenomeno i veri autori hanno dovuto gestire i tentativi di diversi attori che hanno provato ad attribuirsi l’attacco per estorcere denaro sia alle società coinvolte sia ai privati titolari dei dati sottratti e quindi ora devono cercare di riacquistare credibilità».
Anche la richiesta di aiuto per individuare un interlocutore, secondo Dal Checco, stona: «Il fatto che chiedano aiuto è un’ulteriore anomalia, può accadere in ambito aziendale quando un criminale vuole chiedere un riscatto ma non sa chi contattare. Qui però il perimetro è ben più ampio ed è evidente chi sono le realtà interessate e da contattare». Nel frattempo, sul fronte internazionale, il gruppo di criminali informatici ShinyHunters ha appena violato l’Fbi.
Fonte: TecnoAndroid








