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Fjord, Sebastian Stan irriconoscibile nel dramma di Mungiu

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Presentato a San Sebastián 2026, Fjord è il film con cui Cristian Mungiu mette in scena una famiglia conservatrice che si trasferisce in una comunità progressista, e il risultato è un dramma sociale scomodo, stratificato, che non concede scorciatoie a chi guarda. Nei ruoli principali ci sono Sebastian Stan e Renate Reinsve, affiancati da Lisa Carlehed, in una storia che parte dalle mura domestiche e finisce per parlare di come lo stile di vita della maggioranza finisca sempre per imporsi su quello della minoranza. C’è l’assenza di dialogo, c’è il peso delle parole, c’è la libertà e la sua mancanza. E c’è, soprattutto, la comprensione reciproca che non arriva mai davvero.

Il film è complesso e pieno di sfumature, un po’ come la vita stessa, e ha quella qualità rara di generare polemica. Che poi, usata bene, la polemica porta al dibattito e alla discussione. Esattamente il tema di cui Fjord si occupa dall’inizio alla fine. L’uscita nelle sale è fissata per il 15 gennaio 2027.

Fjord: Mihai e Lisbet, una famiglia sotto processo

I due protagonisti sono Mihai e Lisbet, cinque figli e un trasloco appena concluso in Norvegia, il paese di lei. Il motivo è semplice e doloroso allo stesso tempo, i genitori di lui sono morti e servono mani in più per gestire una famiglia così numerosa. Mihai è rumeno, e questo produce un intreccio continuo di lingue dentro casa e nel vicinato. Sono cristiani, hanno cresciuto i figli nella fede cattolica, e quei figli frequentano una scuola dove una delle regole è non evangelizzare.

Lui è ingegnere aeronautico, lei infermiera. Trovare lavoro non è stato un problema, e all’inizio l’accoglienza sembra sincera. Poi qualcosa si incrina. Il loro modo di vivere appare alieno a chi quel posto lo abita da sempre. Bastano dei lividi sulla guancia e sulla schiena della figlia maggiore perché due insegnanti si allarmino. Una telefonata ai servizi di protezione dell’infanzia, e Mihai e Lisbet si ritrovano giudicati due volte, dal punto di vista legale e da quello sociale, con tutti e cinque i figli allontanati.

Sebastian Stan sparisce dentro il personaggio

La scelta di Cristian Mungiu di affidare il ruolo di Mihai a Sebastian Stan si rivela azzeccata. L’attore, volto ampiamente conosciuto a Hollywood e legato al cinema di supereroi, qui scompare letteralmente dentro la parte. C’è un cambiamento fisico importante che aiuta parecchio a far dimenticare l’immagine consolidata di Sebastian Stan, ma sarebbe ingeneroso ridurre tutto a quello. Il lavoro di costruzione del personaggio è solido, questo padre di famiglia viene restituito con precisione.

Renate Reinsve nei panni di Lisbet fa il suo, con misura, anche se il ruolo risulta più trattenuto e le lascia meno spazio per emergere davvero.

Un film che sceglie di mettere a disagio

Fjord comincia come dramma familiare, prosegue come dramma giudiziario e si chiude, nel suo insieme, come dramma sociale. Obbliga a empatizzare con la famiglia protagonista, e fa anche una cosa che non piace a tutti, mette a disagio. La forma scelta da Mungiu cerca l’oggettività. I piani sono lunghi, i personaggi spesso ripresi di spalle, così che l’attenzione si concentri sulla reazione di chi sta invece di fronte alla macchina da presa. E pur mantenendo il fuoco su Mihai e Lisbet, il regista si guarda bene dal trasformarli in santi.

L’obiettivo è mostrare nel modo più realistico possibile di cosa si stia parlando, e questo scarica un peso notevole sulle spalle di chi guarda. Ognuno arriva in sala con un modo di pensare, una cultura, un’educazione, e Mungiu costringe a restare presenti e a fare i conti con le proprie contraddizioni. Il cinema che pretende disaccordo e incertezza non è per tutti, e non tutti sanno reggere qualcosa del genere.

Fonte: TecnoAndroid

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