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Pipistrelli Myotis: il DNA svela i segreti della longevità

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Il DNA dei pipistrelli potrebbe custodire indicazioni preziose su come si vive a lungo restando in salute, e non è una suggestione da documentario. Questi mammiferi campano molto più di quanto il loro peso corporeo lascerebbe immaginare, spesso senza ammalarsi di tumori, e proprio questa anomalia biologica è finita sotto la lente di un gruppo di ricercatori dell’Università della California a Berkeley. Il risultato è uno studio pubblicato su Nature che mette insieme per la prima volta otto genomi del genere Myotis.

Dietro al lavoro c’è Juan Manuel Vazquez, che all’epoca del dottorato a Chicago si era appassionato al tema ma si era scontrato con un problema banale, cioè la quasi totale assenza di dati genomici sui pipistrelli. Diventato ricercatore post dottorato a Berkeley nel 2020, ha iniziato a girare gli Stati Uniti occidentali a caccia di campioni. Reti sottili tese di notte sopra fiumi, stagni e torrenti, con l’aiuto di studenti universitari, cattura, piccola biopsia e rilascio dell’animale. Un esemplare di Myotis brandtii, inanellato in Europa, è stato ricatturato cinquant’anni dopo.

Quando l’immunità diventa una questione di longevità

L’analisi ha fatto emergere un legame piuttosto netto tra durata della vita e sistema immunitario. Le specie più longeve mostrano livelli più alti di geni associati alla lotta contro il cancro, e soprattutto c’è una sovrapposizione consistente tra i geni legati all’invecchiamento e quelli legati alla difesa dalle malattie. Due campi che la ricerca biomedica tende a tenere separati, e che secondo Vazquez separati non sono affatto.

“I pipistrelli si sono evoluti per vivere a lungo senza ammalarsi, il che suggerisce che non dobbiamo per forza considerare le malattie dell’invecchiamento e quelle infettive come ambiti completamente distinti”, ha spiegato. Il ragionamento è semplice, se un sistema immunitario può essere rafforzato contro i virus, forse può essere rafforzato anche per non deteriorarsi con l’età, o per non esaurirsi nella battaglia continua contro i tumori.

Cellule danneggiate che scelgono di morire

La parte più sorprendente arriva dal laboratorio. Vazquez ha coltivato cellule prelevate dalle membrane alari dei pipistrelli, e oggi conserva colture provenienti da 259 individui appartenenti a 32 specie diverse. Sottoposte a sostanze chimiche tossiche in dosi letali, le cellule del Myotis lucifugus, il pipistrello più longevo del suo campione nordamericano, hanno reagito al contrario di quanto ci si aspettasse. Niente attivazione dei geni per la riparazione del DNA, ma un’accelerazione dei geni che spingono verso la morte cellulare.

“Il pipistrello più longevo del Nord America decide che la nave non si può salvare e cambia subito strategia, eliminando le cellule danneggiate”, ha raccontato il ricercatore. Stessa tattica usata dall’elefante, altro animale grande, longevo e notoriamente resistente ai tumori. Peter Sudmant, professore associato di biologia integrativa a Berkeley, punta proprio lì. Studiare la diversità della vita e le longevità straordinarie di alcune specie serve a capire meglio come dialogano danno al DNA e difese immunitarie.

Perché i virus dei pipistrelli ci fanno così male

I pipistrelli esistono da circa 60 milioni di anni, rappresentano il 20% di tutte le specie di mammiferi e vivono ovunque tranne che in Antartide. Delle 1.511 specie conosciute, 139 appartengono al genere Myotis, dove convivono estremi clamorosi, il Myotis brandtii arriva a mezzo secolo di vita mentre il Myotis nigricans di America centrale e meridionale si ferma intorno ai sette anni.

Il loro sistema immunitario lavora a un regime altissimo, tiene a bada l’infiammazione e convive con infezioni virali persistenti senza sintomi. Vazquez paragona i voli notturni di caccia agli insetti a diverse ultramaratone al giorno. E qui entra in gioco un dettaglio evolutivo importante, i Myotis hanno un numero insolito di geni che producono proteine capaci di interagire con i virus a DNA, come gli herpes, mentre gli esseri umani e gli altri primati hanno puntato sui virus a RNA, quelli di COVID e HIV.

Questo disallineamento spiega in parte perché certi salti di specie risultino così pericolosi. “Umani e pipistrelli sono mal adattati gli uni agli altri”, ha detto Vazquez, ricordando che le zoonosi viaggiano in entrambe le direzioni. Il ricercatore prosegue ora le sue indagini sulle colture cellulari alla Pennsylvania State University, mentre Sudmant lavora su colture di numerose specie di primati per studiare il rapporto tra durata della vita e geni della riparazione del DNA.

Fonte: TecnoAndroid

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