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RTX 5090 introvabile: pallet di schede nei datacenter AI cinesi

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Trovare una GeForce RTX 5090 in un negozio, oggi, è diventata un’impresa che somiglia più a una caccia al tesoro che a un normale acquisto, e la spiegazione non sta soltanto nella scarsità di chip: buona parte di quelle schede è finita dentro server e datacenter AI in Cina, portata lì da un traffico parallelo che continua a prosciugare il mercato occidentale. Il risultato lo conoscono bene gli appassionati di videogiochi, costretti a inseguire un prodotto che sulla carta ha un listino già alto e nella realtà ne vale più del doppio.

Perché i numeri parlano chiaro. Gli oltre 2.000 euro di prezzo consigliato, quelli che al lancio sembravano una follia, adesso vengono ricordati quasi con nostalgia. Quando una RTX 5090 salta fuori da qualche parte, il cartellino può superare tranquillamente i 5.000 euro. Un raddoppio secco, per una scheda pensata e commercializzata come prodotto da gaming di fascia altissima.

Bancali interi di schede pronte per i server AI

Le immagini che hanno iniziato a circolare nelle scorse ore raccontano la storia meglio di qualsiasi analisi di mercato: pallet interi di schede NVIDIA nuove di fabbrica, ancora nei loro imballi originali, accatastati e pronti per essere smontati e installati. Non in qualche postazione da gaming, ma dentro piccoli datacenter e server dedicati all’intelligenza artificiale. Diversi operatori cinesi acquistano le 5090 dove riescono a trovarle, un po’ in tutto il mondo, e le assemblano in workstation AI da rivendere.

È un meccanismo che gira attorno al contrabbando, perché queste schede non dovrebbero arrivare in Cina attraverso i canali ufficiali. E funziona proprio perché la richiesta di potenza di calcolo per l’AI è talmente alta che pagare una scheda consumer il doppio del prezzo resta comunque conveniente rispetto alle alternative professionali, quando queste sono reperibili.

Un film già visto con le criptovalute

Chi segue il settore da qualche anno riconoscerà subito lo schema. È lo stesso scenario della frenesia da criptovalute, quando le schede video sparivano dagli scaffali per finire nelle rig di mining e i giocatori restavano a mani vuote. Cambia soltanto il motivo: allora si scavava per estrarre monete digitali, oggi si addestrano e si fanno girare modelli di intelligenza artificiale. Il danno collaterale, però, è identico.

All’epoca NVIDIA aveva provato a metterci una pezza introducendo le varianti LHR, sigla che sta per Lite Hash Rate, su alcune RTX 30. L’idea era semplice: tagliare le prestazioni nel mining lasciando intatte quelle nei videogiochi, così da rendere le schede poco interessanti per chi le comprava a camionate. Sulla carta un compromesso sensato, nella pratica un argine fragile, perché si trattava di limitazioni puramente software. A furia di insistere, la community e i minatori le hanno aggirate, e il blocco ha smesso di avere senso.

La differenza, adesso, è che un limite analogo sarebbe molto più complicato da immaginare. Una scheda che serve a far girare carichi di lavoro AI usa fondamentalmente le stesse unità di calcolo che servono anche al gaming moderno, tra ray tracing, upscaling e generazione di frame. Separare i due mondi con un intervento sul firmware non è la stessa cosa che distinguere il mining dal rendering di un videogioco.

Fonte: TecnoAndroid

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