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Petrolio, il Brent vola e i prezzi alla pompa stanno per salire

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Il petrolio è tornato a correre e questa volta la corsa ha un ritmo che preoccupa parecchio chi mette benzina ogni settimana. Dopo settimane di equilibrio fragile, i mercati internazionali si sono riaccesi all’improvviso, con rialzi che di solito anticipano un solo esito, quello dei rincari alla pompa. Il quadro è netto: il greggio ha ripreso a salire in modo aggressivo e la tregua vista ai distributori nelle scorse settimane sembra avere le ore contate.

A dettare l’agenda, come sempre, sono le quotazioni finanziarie. Il Brent, il greggio di riferimento per il mercato europeo, dopo un pesantissimo più 5 per cento incassato nella seduta di ieri ha aggiunto un ulteriore più 2,6 per cento, arrivando a toccare la soglia critica dei EUR 78 al barile, circa 77 euro. Stesso movimento per il WTI, il West Texas Intermediate che fa da riferimento per il mercato americano, cresciuto di oltre due punti percentuali fino a EUR 73, ossia intorno ai 72 euro. Numeri che raccontano uno shock rialzista che riguarda tutta la filiera energetica, non solo i trader davanti agli schermi.

Lo Stretto di Hormuz è il vero interruttore

L’innesco, come accade spesso, arriva dal Medio Oriente. A far saltare gli equilibri è stato il collasso totale delle trattative diplomatiche sulla navigabilità dello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia marittimo attraverso cui passa circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. Un punto strettissimo sulla mappa, un peso enorme sui listini globali.

L’incertezza qui è totale e per certi versi surreale. Gli Stati Uniti sostengono che il passaggio sia aperto e sicuro, l’Iran afferma l’esatto contrario e dichiara di aver blindato lo stretto con mine navali e sciami di droni. Due versioni opposte, nessuna verifica indipendente, e i mercati che nel dubbio scelgono la strada più prudente per loro e più costosa per tutti gli altri. A complicare un quadro logistico già compromesso ci hanno pensato i ribelli yemeniti Houthi, che nel fine settimana hanno colpito con un attacco mirato la raffineria saudita di Jazan, asset strategico del colosso di Stato Saudi Aramco. Il riassunto della situazione è brutale nella sua semplicità. La regione da cui il mondo preleva la maggior parte della propria energia è in pieno caos militare, le petroliere rischiano di non poter passare e i mercati reagiscono nell’unico modo che conoscono, alzando il prezzo del barile a scopo cautelativo.

Cosa arriva sui tabelloni delle stazioni di servizio

Per il mondo dell’automotive, e soprattutto per chi guida, tutto questo si traduce in un’equazione piuttosto meccanica. Quando la materia prima accelera con questa violenza, il contraccolpo sui prezzi dei carburanti raffinati è questione di giorni, in certi casi di ore. Non c’è margine di attesa, perché la filiera logistica globale inizia immediatamente a prezzare il rischio geopolitico.

Le compagnie petrolifere adeguano i listini all’ingrosso, i distributori seguono e il rialzo si materializza in modo chirurgico sui tabelloni luminosi. Se la tensione nel Golfo non dovesse raffreddarsi in fretta, l’ipotesi di rivedere la benzina stabilmente oltre la soglia dei 2 euro al litro diventerà concreta, con l’aggravante ben nota della rete autostradale, dove i prezzi partono già da una base più alta.

È un meccanismo che gli automobilisti italiani conoscono a memoria, ma che stavolta si innesta su un contesto internazionale particolarmente instabile, con due potenze che raccontano versioni inconciliabili sullo stesso tratto di mare e un’infrastruttura energetica saudita già colpita. Finché la situazione su Hormuz resterà sospesa tra dichiarazioni contrapposte, il greggio continuerà a muoversi al rialzo e il conto, come sempre, verrà presentato al distributore.

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