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Smettere di assumere Ozempic potrebbe avere conseguenze ben più serie del semplice ritorno dei chili persi. Secondo un ampio studio condotto negli Stati Uniti, i benefici cardiovascolari dei farmaci GLP1 come Ozempic, Wegovy, Mounjaro e Zepbound tendono a svanire piuttosto in fretta quando la terapia viene interrotta. Dopo due anni senza trattamento il rischio di infarto, ictus e morte risulta fino al 22% più alto rispetto a chi ha continuato a prendere i medicinali. Un dato che pesa, considerando che circa un adulto americano su otto oggi utilizza questi farmaci, nati per il diabete e diventati popolarissimi anche per dimagrire.
Ozempic e lo studio su oltre 333.000 veterani
I ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis hanno seguito per un massimo di tre anni 333.687 veterani con diabete di tipo 2. Di questi, 132.551 avevano ricevuto una prescrizione di farmaci GLP1 mentre 201.136 erano stati trattati con le sulfaniluree, un’altra classe di medicinali per il diabete che comprende principi attivi come glipizide, glimepiride e gliburide. Lo stato del trattamento veniva verificato ogni sei mesi e nel corso dell’osservazione il 26% di chi usava i GLP1 ha abbandonato del tutto la cura. Un altro 23% circa ha invece fatto una pausa di almeno sei mesi prima di ricominciare.
L’idea di approfondire la questione è nata da un’osservazione piuttosto semplice. Circa metà degli utilizzatori smette di prendere questi medicinali poco tempo dopo averli iniziati. Per questo Ziyad Al Aly, epidemiologo clinico e autore senior della ricerca, ha voluto capire cosa succede al cuore quando la terapia si ferma. “C’è un entusiasmo enorme nell’iniziare i farmaci GLP1 ma quasi nessuna attenzione a ciò che accade quando le persone smettono” ha spiegato. “Molti mollano dopo qualche mese per i costi, gli effetti collaterali o la carenza di scorte. Quando si fermano non torna solo il peso ma anche l’infiammazione, la pressione e il colesterolo. Il peso che risale si vede, l’inversione metabolica no.”
Continuità della terapia e protezione del cuore
I risultati migliori si sono visti in chi è rimasto in cura per tutti e tre gli anni. Rispetto a chi assumeva sulfaniluree queste persone mostravano un rischio cardiovascolare ridotto del 18%, che in pratica significa circa quattro eventi gravi in meno ogni 100 pazienti nell’arco del periodo. Anche chi aveva proseguito per due anni o due anni e mezzo prima di sospendere ha ottenuto una riduzione significativa, rispettivamente del 7% e del 15%. Chi invece aveva smesso prima dei 18 mesi, alla fine dello studio, non mostrava alcun vantaggio rilevante rispetto al gruppo trattato con sulfaniluree.
Anche le interruzioni temporanee hanno lasciato il segno. Chi si è fermato e poi ha ripreso la terapia ha registrato in media una riduzione del rischio del 12%, quindi più bassa del 18% osservato con l’uso continuativo. Bastava una pausa di sei mesi per indebolire la protezione, con un aumento del rischio compreso tra il 4% e l’8% rispetto a chi non aveva mai smesso. Più lunga era la sospensione e più la situazione peggiorava. Un anno senza farmaco e senza ripresa corrispondeva a un rischio più alto del 14%, due anni portavano l’incremento al 22%. “I nostri dati suggeriscono che questo contraccolpo metabolico è dannoso per la salute del cuore” ha aggiunto Al Aly. “Ricominciare la terapia ha aiutato a recuperare parte della protezione ma solo in parte, segno che l’interruzione lascia una cicatrice duratura.”
Secondo il ricercatore l’aderenza al trattamento andrebbe considerata un obiettivo clinico a tutti gli effetti e non un aspetto secondario. I sistemi sanitari, a suo avviso, dovrebbero prevedere piani per aiutare i pazienti a proseguire la cura a tempo indeterminato, riconoscendo che i GLP1 trattano condizioni croniche. Questo vuol dire gestire in anticipo gli effetti collaterali, parlare con franchezza della natura a lungo termine della terapia, individuare e sostenere chi rischia di abbandonare e affrontare i costi che per molti la rendono insostenibile.
La protezione garantita da farmaci come Ozempic sembra infatti accumularsi lentamente e sparire molto più in fretta. Per i partecipanti allo studio è bastato un solo anno di stop per perdere vantaggi costruiti in anni di cura continua, e riprendere il medicinale ne ha restituito soltanto una parte. La ricerca è stata finanziata dal Dipartimento degli Affari dei Veterani degli Stati Uniti, che non ha avuto alcun ruolo nella progettazione dello studio né nell’analisi dei dati.
Fonte: TecnoAndroid








